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CERTEZZA/ Può esserci una verità senza il nostro io? Esposito risponde alle critiche

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)

Fermiamoci ancora un momento sul caso della madre cattiva: è vero che essa è cattiva (ne abbiamo finanche le prove oggettive!), ma lo scoprirlo non ci lascia indifferenti, tanto che da questa terribile verità potrebbero derivare carenze e traumi indelebili per tutta la vita. Non posso allora attestarmi sulla verità senza in qualche modo mettere in gioco tutto il mio io, perché il vero non è una formula matematica, ma un accadimento che mi tocca, mi interpella, chiede di me. Anzi, alcuni matematici ci testimoniano che anche una dimostrazione algebrica può essere fonte di commozione, nella scoperta stupefacente, come una volta ha scritto il matematico Eugene P. Wigner, che il mondo risponde alle nostre ipotesi: «(...) Il fatto miracoloso che il linguaggio della matematica sia appropriato per la formulazione delle leggi della fisica è un regalo meraviglioso che noi non comprendiamo, né meritiamo» (The unreasonable effectiveness of mathematics in the natural sciences, 1959).

Naturalmente noi possiamo pensare – in astratto – una verità senza certezza, ma è come se pensassimo qualcosa a prescindere da colui che la pensa e che è chiamato a dare il suo assenso a ciò che riconosce come vero. Già nel dire “questo è vero!” si mette in moto la dinamica della certezza. Come ha rilevato con la consueta chiarezza Enrico Berti, anche la certezza (come l’essere o la verità) si dice in molti modi, e non può essere affrettatamente identificata con la coerenza logica o con la durezza non modificabile dei fatti della natura o degli accadimenti della storia. È certo che io sono nato nel 1954 (benché forse avrei voluto essere un “nativo digitale” del XXI secolo); e che stamattina pioveva non ci sono dubbi, essendo stato costretto a rimanere a casa (anche se avevo programmato di andare al mare). Certo, è così – con o senza di me! Ma se per esempio io mi accorgo che, essendo nato in questo mio tempo ho avuto modo di incontrare la persona che amo o di scoprire un mio talento grazie ai maestri che ho incontrato o al contesto in cui ho studiato (e potrei continuare molto a lungo, come ciascuno di noi), allora scoprirei che quel fatto anagrafico porta in sé un fiume di certezza sul fatto che l’esistenza mi è stata data perché io potessi accoglierla e rispondere alle sue occasioni.

E se prendessi sul serio il fatto meteorologico della pioggia di stamattina come un evento che mi è dato per accorgermi con gratitudine di quanto sia importante casa mia come un luogo di rapporti, di costruzione e di cura della mia umanità? Non si tratta di un “perché” che so già a priori, e con cui posso “giustificare” le situazioni che non vanno, ma della scoperta intelligente che c’è un invito silenzioso che mi viene dalle cose, che attende di essere udito. Direi che questo è l’atto più semplice e più originario della mia libertà, cioè quello di accorgermi e di accogliere l’altro da me. E l’altro da me non è solo ciò che è fuori di me o diverso da me, ma è anche il “me stesso” che mi è dato, che non ho fatto io, ma che mi trovo addosso, come una finitezza che domanda il senso di sé e di tutto, o come una passività che è la fonte del genio.



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COMMENTI
22/10/2011 - una ragione inquieta (paolo intino)

Alla domanda: può esserci una verità senza il nostro io? lo stesso Esposito riponde non con un ragionamento ma con una finale-osservazione: "una passività è la fonte del genio". Come dire: c'è speranza per tutti! Le mie limitate capacità intellettuali mi obbligano a guardare all'esperienza per capire il significato delle parole e così ho scoperto che la "passività" è sinonimo di ascolto e di attrattativa. Ciò spiega il mio interesse a questo dibattito. A me colpisce, in particolare l'invito implicito di Esposito ad un "perenne ricominciare", cioè ad un uso indomito e positivo della ragione. Anche una "mamma cattiva", così come ogni incertezza esistenziale, non definisce "tutta" la realtà, nè il limite ultimo, nè il "termine fisso" di una ragionevole posizione di un uomo che voglia essere felice e quindi costretto a conoscere il reale. Di qui, l'inquietudine dello spingersi oltre, dell'eterno ricominciare, ogni giorno, ogni mattina, ogni istante. Ricominciare ad essere. Vivere: questo mi interessa profondamente. Scopro così che un lavoro del genere connota la realtà di un "fattore" ultimamente sconosciuto eppur presente: la Misericordia implicita nel mistero dell'Essere. Senza la ragionevole presenza della Misericordia, infatti, sarebbe non solo vano il ricominciare, ma addirittura "deficiente". La ragione, la mia, si "acquieta" scoprendo questa realtà presente che chiede il mio assenso e la mia domanda di essere.

 
20/10/2011 - certezza come dono ... e sè come dono è certezza (Vincenzo Mascello)

"Non posso allora attestarmi sulla verità senza in qualche modo mettere in gioco tutto il mio io, perché il vero non è una formula matematica, ma un accadimento che mi tocca, mi interpella, chiede di me … un invito silenzioso che mi viene dalle cose, che attende di essere udito." … bello! Perché così come il vero non è una formula matematica non è detto che non si possa ascoltare il silenzio: forse non si ascolta solo con i padiglioni auricolari! Anzi senza il cuore nemmeno i suoni che arrivano a tutto il sistema uditivo si ascolterebbero. "noi che nasciamo da una certezza" … cosa altrimenti avrebbe guidato mia madre, che aveva tutte le rationes per evitare la mia nascita-scandalo, se non quello che scriveva alla sorella qualche anno dopo la mia venuta la mondo: “sono certa che questo figlio è un dono”.

 
19/10/2011 - Stupendo (Gianni MEREGHETTI)

Sono grato di questo dibattito e delle osservazioni di Esposito che mi sfidano a cogliere dove stia la certezza dentro la mia esperienza quotidiana, soprattutto quando la vita diventa difficile e ti chiede il conto con i suoi cambiamenti improvvisi, con i suoi drammi. E' la certezza del mio io che mi apre a dimensioni che mai avrei immaginato, una certezza che - mi ricordo bene - mi ha preso di soprassalto il momento in cui mi sono svegliato dal coma. Non sapevo cosa mi fosse successo, non sapevo perchè mai fossi in un letto d'ospedale, non sapevo perchè mi stavano trasportando in ambulanza, ma una cosa sapevo, che io c'ero, che la vita fluiva in me e ho provato una grande gioia, la gioia per una vita ridonata. Questa esperienza che ho fatto e che trattengo nella memoria come una cosa cara, più cara di tutto quello che ho fatto e faccio, questa esperienza mi ha aperto ad una certezza prima inimmaginabile, nella certezza dell'io si è insinuata dirompente, è scoppiata la certezza del Tu cui devo il vivere, cui devo la bellezza di Colui che mi fa. Per questo per me è vero, verissimo che sia l'io la strada al Tu, che dentro il mio io ritrovato ho fatto un passo in avanti nella certezza del Suo sguardo che io anelo ogni giorno, di cui ho bisogno per vivere, per crescere dentro la certezza della mia povera ma stupenda umanità.