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CERTEZZA/ Può esserci una verità senza il nostro io? Esposito risponde alle critiche

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)

Il dibattito che si è svolto sul Ilsussidiario.net, a seguito del mio intervento al Meeting di Rimini sulla questione della possibile certezza per l’uomo contemporaneo, è stato per me stesso una grande occasione. E non solo per una più serrata verifica critica della mia proposta (come sempre accade quando interlocutori del calibro degli intervenuti entrano nella partita), ma per rendermi conto di quali siano le posizioni in gioco nell’odierno dibattito filosofico e culturale, e soprattutto quale sia la vera posta in gioco di esso. E siccome ritengo che la cosa più importante per me – e la più utile per i lettori – non sia tanto reiterare una dialettica tra le diverse tesi, quanto cercar di capire di che esperienza stiamo parlando quando parliamo di certezza e di verità, di realtà e di interpretazioni, di ragione e di libertà ecc., vorrei rientrare anch’io nel dibattito per dire quello che esso finora mi ha fatto riscoprire con maggiore evidenza. Ed è proprio a partire da quello che ha colpito me, che mi piacerebbe riproporre alcune questioni ai miei compagni di scoperta. Ad essere sincero le questioni sarebbero tante, ma (per oggi!) mi limito ad una soltanto, che nomino come segue: verità senza certezza o certezza senza verità?

Una delle domande più provocanti emerse nel dibattito è se la certezza sia un’esperienza realmente necessaria e positiva per l’essere umano, visto che essa (come argomenta Maurizio Ferraris) potrebbe anche coincidere con una fiducia mal riposta o addirittura con una fede in qualcosa di negativo o di malvagio. Non soltanto si potrebbe nutrire una certezza come “fede cieca” in Hitler, ma ci si potrebbe anche fidare di una madre cattiva (secondo un tipico caso da psicoanalisi, ricordato anche da Pietro Barcellona). Sarebbe dunque ben più importante stare a ciò che è vero, preferire la verità oggettiva dei fatti, piuttosto che inseguire una certezza soggettiva che potrebbe sempre sbagliarsi.

Ora, è vero (appunto) che noi potremmo scoprire di aver mal riposto la nostra fiducia in qualcuno che non lo meritava, ed è anche vero (appunto) che ci possono essere casi patologici di madri che vogliono il male dei figli: la partita dell’esistenza è sempre apertissima e noi non possiamo escludere la possibilità del male o l’inganno della ragione. Ma a me sembra che proprio il fatto di giudicare negativamente questa evenienza stia a dire che siamo fatti per la verità (o per dirla in prosa: siamo curiosi, interessati e bisognosi di capire come stanno effettivamente le cose), e che precisamente questa condizione o apertura permanente della nostra intelligenza attesta al tempo stesso che noi siamo sempre alla ricerca di una certezza per esistere.



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COMMENTI
22/10/2011 - una ragione inquieta (paolo intino)

Alla domanda: può esserci una verità senza il nostro io? lo stesso Esposito riponde non con un ragionamento ma con una finale-osservazione: "una passività è la fonte del genio". Come dire: c'è speranza per tutti! Le mie limitate capacità intellettuali mi obbligano a guardare all'esperienza per capire il significato delle parole e così ho scoperto che la "passività" è sinonimo di ascolto e di attrattativa. Ciò spiega il mio interesse a questo dibattito. A me colpisce, in particolare l'invito implicito di Esposito ad un "perenne ricominciare", cioè ad un uso indomito e positivo della ragione. Anche una "mamma cattiva", così come ogni incertezza esistenziale, non definisce "tutta" la realtà, nè il limite ultimo, nè il "termine fisso" di una ragionevole posizione di un uomo che voglia essere felice e quindi costretto a conoscere il reale. Di qui, l'inquietudine dello spingersi oltre, dell'eterno ricominciare, ogni giorno, ogni mattina, ogni istante. Ricominciare ad essere. Vivere: questo mi interessa profondamente. Scopro così che un lavoro del genere connota la realtà di un "fattore" ultimamente sconosciuto eppur presente: la Misericordia implicita nel mistero dell'Essere. Senza la ragionevole presenza della Misericordia, infatti, sarebbe non solo vano il ricominciare, ma addirittura "deficiente". La ragione, la mia, si "acquieta" scoprendo questa realtà presente che chiede il mio assenso e la mia domanda di essere.

 
20/10/2011 - certezza come dono ... e sè come dono è certezza (Vincenzo Mascello)

"Non posso allora attestarmi sulla verità senza in qualche modo mettere in gioco tutto il mio io, perché il vero non è una formula matematica, ma un accadimento che mi tocca, mi interpella, chiede di me … un invito silenzioso che mi viene dalle cose, che attende di essere udito." … bello! Perché così come il vero non è una formula matematica non è detto che non si possa ascoltare il silenzio: forse non si ascolta solo con i padiglioni auricolari! Anzi senza il cuore nemmeno i suoni che arrivano a tutto il sistema uditivo si ascolterebbero. "noi che nasciamo da una certezza" … cosa altrimenti avrebbe guidato mia madre, che aveva tutte le rationes per evitare la mia nascita-scandalo, se non quello che scriveva alla sorella qualche anno dopo la mia venuta la mondo: “sono certa che questo figlio è un dono”.

 
19/10/2011 - Stupendo (Gianni MEREGHETTI)

Sono grato di questo dibattito e delle osservazioni di Esposito che mi sfidano a cogliere dove stia la certezza dentro la mia esperienza quotidiana, soprattutto quando la vita diventa difficile e ti chiede il conto con i suoi cambiamenti improvvisi, con i suoi drammi. E' la certezza del mio io che mi apre a dimensioni che mai avrei immaginato, una certezza che - mi ricordo bene - mi ha preso di soprassalto il momento in cui mi sono svegliato dal coma. Non sapevo cosa mi fosse successo, non sapevo perchè mai fossi in un letto d'ospedale, non sapevo perchè mi stavano trasportando in ambulanza, ma una cosa sapevo, che io c'ero, che la vita fluiva in me e ho provato una grande gioia, la gioia per una vita ridonata. Questa esperienza che ho fatto e che trattengo nella memoria come una cosa cara, più cara di tutto quello che ho fatto e faccio, questa esperienza mi ha aperto ad una certezza prima inimmaginabile, nella certezza dell'io si è insinuata dirompente, è scoppiata la certezza del Tu cui devo il vivere, cui devo la bellezza di Colui che mi fa. Per questo per me è vero, verissimo che sia l'io la strada al Tu, che dentro il mio io ritrovato ho fatto un passo in avanti nella certezza del Suo sguardo che io anelo ogni giorno, di cui ho bisogno per vivere, per crescere dentro la certezza della mia povera ma stupenda umanità.