BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CERTEZZA/ Può esserci una verità senza il nostro io? Esposito risponde alle critiche

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)

Per farla breve, la certezza non è il contrario della storia e della libertà (come sembra intendere Gianni Vattimo) ma è la scoperta di un significato inesauribile della realtà nelle pieghe del tempo, nell’esperienza di ciò che è contingente, nella mia decisione di non archiviare ciò che accade, di accoglierlo come un dato, di assentire ad esso. Assentire non vuol dire assolutamente essere sempre d’accordo o supinamente rassegnato a ciò che c’è o è accaduto (e che molte volte gioca contro le nostre aspettative), ma accettare la sua sfida, interrogare la sua presenza, metterci in gioco. La certezza, dicevo a Rimini, è una dinamica che implica sempre il fattore-tempo, non è un acquisto fatto una volta per tutte, ma è qualcosa che ha a che fare sempre (come ha richiamato Salvatore Veca) con la nostra stessa incompletezza. Quest’ultima non indica un semplice limite da superare (o in cui accomodarsi, tentando di gestirlo nella maniera più conveniente), ma coincide con l’impossibilità di arrestare la nostra domanda di significato, e con il suo rilancio continuo alla scoperta del reale. Se noi rinunciamo a priori all’ipotesi almeno di una certezza, prima o poi rinunciamo alla verità, oppure la “blocchiamo” come ciò che non c’entra con noi.

Tutto insomma si gioca a mio modo di vedere nel rapporto completamente aperto, cioè non pregiudiziale, tra la ragione e la realtà. Che questo sia il problema risulta ad esempio in una recente disputa tra il “pensiero debole” di Vattimo (non esistono fatti, ma solo interpretazioni) e il “nuovo realismo” di Ferraris (esistono dei fatti oggettivi non emendabili e indipendenti dalle nostre interpretazioni). Insomma: una ragione senza realtà, da un lato, e una realtà semplicemente indipendente dalla ragione, dall’altro (ne ho discusso con lo stesso Ferraris in un dialogo apparso sulla rivista “Tracce”, ottobre 2011). Delle due l’una: o i fatti che non si lasciano modificare, o le interpretazioni che pretendono di modificare tutto. Ma nel gioco delle due posizioni è proprio il nesso costitutivo tra razionalità e realtà a risultare ormai inceppato, di modo che l’interpretazione resta solo una “prospettiva” soggettivistica, mentre l’unico senso possibile dell’oggettività del reale è quello di essere esterno al soggetto. Nell’ermeneutica post-moderna è come se io non chiedessi più niente alla realtà, e la mia libertà fosse solo la bella violenza della volontà, o la (meno bella) violenza del potere; nel realismo oggettivistico (in cui si risente un po’ l’eco del vecchio e nuovo positivismo) è come se la realtà non chiedesse più niente a me, se non di essere riconosciuta come ciò che non sono io. Io, invece... beh, quello resta ancora solo il regno delle mie interpretazioni e delle mie costruzioni culturali.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
22/10/2011 - una ragione inquieta (paolo intino)

Alla domanda: può esserci una verità senza il nostro io? lo stesso Esposito riponde non con un ragionamento ma con una finale-osservazione: "una passività è la fonte del genio". Come dire: c'è speranza per tutti! Le mie limitate capacità intellettuali mi obbligano a guardare all'esperienza per capire il significato delle parole e così ho scoperto che la "passività" è sinonimo di ascolto e di attrattativa. Ciò spiega il mio interesse a questo dibattito. A me colpisce, in particolare l'invito implicito di Esposito ad un "perenne ricominciare", cioè ad un uso indomito e positivo della ragione. Anche una "mamma cattiva", così come ogni incertezza esistenziale, non definisce "tutta" la realtà, nè il limite ultimo, nè il "termine fisso" di una ragionevole posizione di un uomo che voglia essere felice e quindi costretto a conoscere il reale. Di qui, l'inquietudine dello spingersi oltre, dell'eterno ricominciare, ogni giorno, ogni mattina, ogni istante. Ricominciare ad essere. Vivere: questo mi interessa profondamente. Scopro così che un lavoro del genere connota la realtà di un "fattore" ultimamente sconosciuto eppur presente: la Misericordia implicita nel mistero dell'Essere. Senza la ragionevole presenza della Misericordia, infatti, sarebbe non solo vano il ricominciare, ma addirittura "deficiente". La ragione, la mia, si "acquieta" scoprendo questa realtà presente che chiede il mio assenso e la mia domanda di essere.

 
20/10/2011 - certezza come dono ... e sè come dono è certezza (Vincenzo Mascello)

"Non posso allora attestarmi sulla verità senza in qualche modo mettere in gioco tutto il mio io, perché il vero non è una formula matematica, ma un accadimento che mi tocca, mi interpella, chiede di me … un invito silenzioso che mi viene dalle cose, che attende di essere udito." … bello! Perché così come il vero non è una formula matematica non è detto che non si possa ascoltare il silenzio: forse non si ascolta solo con i padiglioni auricolari! Anzi senza il cuore nemmeno i suoni che arrivano a tutto il sistema uditivo si ascolterebbero. "noi che nasciamo da una certezza" … cosa altrimenti avrebbe guidato mia madre, che aveva tutte le rationes per evitare la mia nascita-scandalo, se non quello che scriveva alla sorella qualche anno dopo la mia venuta la mondo: “sono certa che questo figlio è un dono”.

 
19/10/2011 - Stupendo (Gianni MEREGHETTI)

Sono grato di questo dibattito e delle osservazioni di Esposito che mi sfidano a cogliere dove stia la certezza dentro la mia esperienza quotidiana, soprattutto quando la vita diventa difficile e ti chiede il conto con i suoi cambiamenti improvvisi, con i suoi drammi. E' la certezza del mio io che mi apre a dimensioni che mai avrei immaginato, una certezza che - mi ricordo bene - mi ha preso di soprassalto il momento in cui mi sono svegliato dal coma. Non sapevo cosa mi fosse successo, non sapevo perchè mai fossi in un letto d'ospedale, non sapevo perchè mi stavano trasportando in ambulanza, ma una cosa sapevo, che io c'ero, che la vita fluiva in me e ho provato una grande gioia, la gioia per una vita ridonata. Questa esperienza che ho fatto e che trattengo nella memoria come una cosa cara, più cara di tutto quello che ho fatto e faccio, questa esperienza mi ha aperto ad una certezza prima inimmaginabile, nella certezza dell'io si è insinuata dirompente, è scoppiata la certezza del Tu cui devo il vivere, cui devo la bellezza di Colui che mi fa. Per questo per me è vero, verissimo che sia l'io la strada al Tu, che dentro il mio io ritrovato ho fatto un passo in avanti nella certezza del Suo sguardo che io anelo ogni giorno, di cui ho bisogno per vivere, per crescere dentro la certezza della mia povera ma stupenda umanità.