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CERTEZZA/ Può esserci una verità senza il nostro io? Esposito risponde alle critiche

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10; particolare)

Mi ha colpito quando Sergio Belardinelli, riprendendo un tema su cui avevo insistito a Rimini, ha osservato che la certezza non solo ci inquieta – a differenza di tutte le sicurezze che possiamo possedere e di tutte le tranquillanti giustificazioni con cui possiamo illuderci –, ma addirittura esaspera le contraddizioni della nostra esistenza: segno che la certezza fiorisce, sobriamente, nella finitezza di questo mondo, non nella fuga in avanti verso altri mondi (che poi non sono solo i nirvana religiosi ma anche gli stupefacenti ideologici o gli eccitanti culturali). È quella condizione ontologica di cui ha parlato Eugenio Mazzarella, e di cui noi facciamo esperienza come di un legame originario all’essere: prima di tutte le strategie che mettiamo in opera per costruire le nostre certezze, siamo noi che nasciamo da una certezza – vale a dire che non ci siamo dati l’essere ma proveniamo da una “ragione” che è infinitamente più delle nostre rationes, cioè dei nostri calcoli, e che questa provenienza è una chiamata cui non possiamo cessare di rispondere, perché così cesseremmo di “esistere”.

Non mi resta che rilanciare la questione dunque: e non semplicemente opponendo le mie ragioni alle ragioni degli altri, ma cercando di capire se le ragioni che ciascuno matura nella sua esperienza – a condizione, naturalmente, che sia leale e non pregiudiziale con essa – possano “stare”, non dico senza le certezze che si possono costruire nella vita, ma senza quella certezza iniziale che la realtà ci ridesta con la sua presenza, ridestando con ciò stesso quella “realtà” cui diamo volentieri il nome di “io”.

Come una volta ha scritto G.K. Chesterton (nel grande libro su San Tommaso d’Aquino): «Non va bene dire a un ateo che è un ateo; o attribuire a chi nega l’immortalità l’infamia di negarla; o pensare che si possa costringere un avversario ad ammettere di avere torto dimostrandogli che ha torto in base ai principi di qualcun altro, e non ai suoi. Dopo il grande esempio di  san Tommaso, è valido – o forse avrebbe dovuto sempre esserlo – il principio che o non discutiamo affatto con un uomo, o dobbiamo discutere in base alle sue ragioni e non alle nostre». Appunto io vorrei capire nuovamente la mia “ipotesi” (o se volete, il percorso della mia certezza) proprio prendendo sul serio le ragioni di chi non la condivide. D’altronde, come il sagace Chesterton ebbe a dire in un’altra occasione (nell’Autobiografia), «io ho discusso tutta la vita senza mai litigare, perché la cosa brutta dei litigi è che interrompono le discussioni».

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COMMENTI
22/10/2011 - una ragione inquieta (paolo intino)

Alla domanda: può esserci una verità senza il nostro io? lo stesso Esposito riponde non con un ragionamento ma con una finale-osservazione: "una passività è la fonte del genio". Come dire: c'è speranza per tutti! Le mie limitate capacità intellettuali mi obbligano a guardare all'esperienza per capire il significato delle parole e così ho scoperto che la "passività" è sinonimo di ascolto e di attrattativa. Ciò spiega il mio interesse a questo dibattito. A me colpisce, in particolare l'invito implicito di Esposito ad un "perenne ricominciare", cioè ad un uso indomito e positivo della ragione. Anche una "mamma cattiva", così come ogni incertezza esistenziale, non definisce "tutta" la realtà, nè il limite ultimo, nè il "termine fisso" di una ragionevole posizione di un uomo che voglia essere felice e quindi costretto a conoscere il reale. Di qui, l'inquietudine dello spingersi oltre, dell'eterno ricominciare, ogni giorno, ogni mattina, ogni istante. Ricominciare ad essere. Vivere: questo mi interessa profondamente. Scopro così che un lavoro del genere connota la realtà di un "fattore" ultimamente sconosciuto eppur presente: la Misericordia implicita nel mistero dell'Essere. Senza la ragionevole presenza della Misericordia, infatti, sarebbe non solo vano il ricominciare, ma addirittura "deficiente". La ragione, la mia, si "acquieta" scoprendo questa realtà presente che chiede il mio assenso e la mia domanda di essere.

 
20/10/2011 - certezza come dono ... e sè come dono è certezza (Vincenzo Mascello)

"Non posso allora attestarmi sulla verità senza in qualche modo mettere in gioco tutto il mio io, perché il vero non è una formula matematica, ma un accadimento che mi tocca, mi interpella, chiede di me … un invito silenzioso che mi viene dalle cose, che attende di essere udito." … bello! Perché così come il vero non è una formula matematica non è detto che non si possa ascoltare il silenzio: forse non si ascolta solo con i padiglioni auricolari! Anzi senza il cuore nemmeno i suoni che arrivano a tutto il sistema uditivo si ascolterebbero. "noi che nasciamo da una certezza" … cosa altrimenti avrebbe guidato mia madre, che aveva tutte le rationes per evitare la mia nascita-scandalo, se non quello che scriveva alla sorella qualche anno dopo la mia venuta la mondo: “sono certa che questo figlio è un dono”.

 
19/10/2011 - Stupendo (Gianni MEREGHETTI)

Sono grato di questo dibattito e delle osservazioni di Esposito che mi sfidano a cogliere dove stia la certezza dentro la mia esperienza quotidiana, soprattutto quando la vita diventa difficile e ti chiede il conto con i suoi cambiamenti improvvisi, con i suoi drammi. E' la certezza del mio io che mi apre a dimensioni che mai avrei immaginato, una certezza che - mi ricordo bene - mi ha preso di soprassalto il momento in cui mi sono svegliato dal coma. Non sapevo cosa mi fosse successo, non sapevo perchè mai fossi in un letto d'ospedale, non sapevo perchè mi stavano trasportando in ambulanza, ma una cosa sapevo, che io c'ero, che la vita fluiva in me e ho provato una grande gioia, la gioia per una vita ridonata. Questa esperienza che ho fatto e che trattengo nella memoria come una cosa cara, più cara di tutto quello che ho fatto e faccio, questa esperienza mi ha aperto ad una certezza prima inimmaginabile, nella certezza dell'io si è insinuata dirompente, è scoppiata la certezza del Tu cui devo il vivere, cui devo la bellezza di Colui che mi fa. Per questo per me è vero, verissimo che sia l'io la strada al Tu, che dentro il mio io ritrovato ho fatto un passo in avanti nella certezza del Suo sguardo che io anelo ogni giorno, di cui ho bisogno per vivere, per crescere dentro la certezza della mia povera ma stupenda umanità.