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ARTE/ Monet, Péguy, Proust e la realtà così difficile da dire

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Claude Monet, Le Bassin aux nymphéas, harmonie verte, 1899 c. (particolare)  Claude Monet, Le Bassin aux nymphéas, harmonie verte, 1899 c. (particolare)

Ma in ultima analisi sembra di cogliere un’intercapedine di separazione tra i loro sguardi, come se alla parola magistrale di Proust non fosse data la grazia di un approdo che invece Monet consegue. La descrizione meravigliosa delle ninfee di Proust resta come una sequenza di sguardi, o meglio di istanti psichici originati da quegli sguardi. In Monet invece le infinite molecole di luce colte dalla sua retina alla fine approdano ad una sintesi. Il senso di frammentarietà introdotto dal tempo e dalla sua transitorietà si traduce in lui in una visione più profonda e unitaria delle cose stesse. In un di più di luce.

Per questo mi pare che per capire Monet sia più utile rileggersi la pagina che sempre alla sue Ninfee dedicò Charles Péguy (in Dialogues de l’histoire et de l’âme charnelle). Péguy, come sua abitudine, pone una questione in apparenza secondaria e laterale. Si chiede quale delle Ninfee di Monet sia la più bella. E non ha bisogno di guardarle per rispondere. Spiega infatti che è senz’altro la prima: «La prima ninfea sarà la migliore, perché essa è la sua nascita; è l’alba dell’opera; perché questo quadro comporta il massimo di ignoranza, il massimo di innocenza e di freschezza… la prima ninfea è il quadro migliore, perché sa di meno, perché non sa affatto… ve lo dico dunque: il primo sarà il migliore perché non sa, perché è proprio esso che è tutto pieno di meraviglia… È la meraviglia che conta, principio sicuro di scienza…». Mi sembra che questo sia l’occhio giusto con cui guardare Monet. Quel “mi piace” da cui siamo partiti ha trovato in Péguy una sua ragione…



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