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ARTE/ Monet, Péguy, Proust e la realtà così difficile da dire

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Claude Monet, Le Bassin aux nymphéas, harmonie verte, 1899 c. (particolare)  Claude Monet, Le Bassin aux nymphéas, harmonie verte, 1899 c. (particolare)

Personalmente detesto la logica del “mi piace” o “non mi piace”, in particolare in campo artistico. Così quando davanti ad un’opera mi vien istintivamente da esprimere un giudizio di gusto, poi mi costringo a rendere ragione a me e a gli altri di quel giudizio. È una cosa che ho imparato con gli anni e di cui sono grato in particolare a Giovanni Agosti, uno dei maggiori storici dell’arte oggi in circolazione.

Il “mi piace” per esempio, per quanto mi riguarda, scatta quasi sempre davanti ad un’opera di Claude Monet. Il grande maestro impressionista, che non ha nelle sue corde nessuna di quelle caratteristiche che in genere rendono appassionante un artista: non ha uno sguardo impegnato sulla storia, non ha legami specifici con i grandi del passato, non fa sua nessuna causa né estetica né morale. In apparenza potrebbe sembrare un grande e fortunato artista borghese, chiuso nel suo meraviglioso mondo, tra ninfee e giardini giapponesi.

Per ragionare sul “mi piace” ovviamente conviene farsi guidare da sguardi più profondi dei nostri. Nel caso di Monet ce ne sono due che è interessantissimo prendere in considerazione. Il primo è quello di Marcel Proust, il secondo è quello di Charles Péguy. Per quanto riguarda Proust il compito è agevolato dal fatto che è appena uscito un piccolo libro, appassionato e molto bello, di Giuliana Giulietti sul rapporto tra Proust e Monet (Donzelli editore). Per Proust la conoscenza di Monet rappresentò un’esperienza estetica importantissima che riemerge tante volte, esplicitamente, tra le pagine dei suoi libri. Al centro di questo interesse c’è l’esperienza del tempo: Proust vede nella pittura di Monet una pittura che rappresenta cose nel loro status di cose che cambiano in ogni istante e non sono mai uguali a se stesse. Ci sono pagine straordinarie evidentemente ispirate da Monet, come quella della descrizione delle ninfee sulla Vivonne, in Dalla parte di Swann, uno dei libri della grande Recherche. La pittura di Monet interessa Proust perché assimila questo aspetto di inesauribile mutazione delle cose, anche quelle artificiali create dall’uomo (vedi la serie della facciata della Cattedrale di Rouen, che tanto piaceva a Proust). Certamente è una chiave importante per capire la grandezza di Monet.



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