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POLEMICHE/ Così Andreotti smaschera i "filosofi" del complottismo

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Manifestazione di autonomi, anni 70 (Imagoeconomica)  Manifestazione di autonomi, anni 70 (Imagoeconomica)

Per parte mia voglio limitarmi a valutare un aspetto che dimostra la totale insensatezza di chi lo valorizza. Mi riferisco al ruolo che Giulio Andreotti avrebbe avuto in questa storia di trame. Giannuli, con minore senso storiografico, ripete cose già dette - in un rapporto per la verità assai circolare - da Miguel Gotor. Cose egualmente prive di senso storico. Che ragione aveva il leader democristiano di ordire la carnascialata del golpe Borghese, o di mettersi a traccheggiare con il terrorismo, comprese l’andirivieni, il taglia e cuci, lo scorporo di brani delle lettere e del testamento di Moro? Uno che è stato più volte presidente del Consiglio, decine di volte ministro (compresa la Difesa, gli Esteri), che ha creato intorno a sé una rete micidiale di palazzi romani e di poteri articolati e diffusi, che bisogno ha di fare congrega con Mino Pecorelli, un combattente della Repubblica sociale, vecchi arnesi come il cerchio interno dell’Anello? È vero che nella storia le decisioni possono esser anche frutto di irrazionalità e di pazzia. Ma davvero si pensa che, avendo ottenuto tutto, Andreotti, abituato a calcolare se sia il caso di dare un bacio sulla guancia o strusciarla soltanto per salutare, abbia scelto di imbarcarsi in compagnia di ventura di infimo ordine?

Stajano si dovrebbe chiedere come si concilia questa immagine di avventuriero spregiudicato (e bischero, me lo si lasci dire) costruita dai suoi amici teorici dell’eversione atlantica con quella su cui la maggioranza assoluta di essi tacciono. Mi riferisco al fatto che Andreotti è stato uno dei pochi a tenere sotto schiaffo (ritirandogli la nomina di comandante di un importante reparto militare a Milano) il temutissimo capo dei servizi Vito Miceli, a negare l’apposizione del segreto di Stato su vicende importanti, a rendere di pubblico dominio l’attività e i componenti della Gladio. Con scarsa felicità dell’amministrazione di Washington.

Mi chiedo come si posa continuare a ripetere le vecchie storielle sul golpismo del generale Giovanni De Lorenzo e a dipingere i rapporti di complicità, se non di collaborazione, tra eversori di ogni risma e Luigi Cavallo.

Fino a quando a quest’ultimo si intende far pagare come un crimine l’onore di avere praticato un tenace anticomunismo nel momento in cui l’Italia e l’Europa rischiarono di finire sotto il martellante controllo, diretto o indiretto, di Mosca? Davvero si vuole continuare a fare di ogni erba un fascio confondendo la sua azione con quella di Edgardo Sogno, e a non rendersi conto che Pace e Libertà solo per qualche anno venne diretta da Cavallo? E come si fa la sordina sul ruolo che ebbe nel sovversivismo post-bellico fino alle Brigate rosse un ex partigiano comunista come Roberto Dotti? Ma un approccio di questo tipo comporta un’analisi  di tipo storiografico, che non riguarda i giornalisti e va fatta in altra sede.



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