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STORIA/ Chi si ricorda dei milioni di uomini fatti sparire dal Kgb?

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Durante il Giorno della memoria, a Mosca (immagine d'archivio)  Durante il Giorno della memoria, a Mosca (immagine d'archivio)

A turno, salendo su un piccolo podio allestito per l’occasione, parenti degli uccisi (i pochi ancora in vita), membri dell’Associazione, anziani e ragazzi delle scuole, professori e gente comune, si succederanno con una candela in mano e delle vittime pronunceranno solo il nome, il cognome, l’età, la professione e la data di fucilazione. Una lunga litania, un moderno martirologio. Un gesto “nudo”, elementare, senza enfasi, che vuole soffermarsi sull’essenziale.

La memoria, infatti, non si può che costruire sulle persone. E tale deve essere anche la memoria delle vittime del totalitarismo sovietico. La moderna storiografia, quella che si basa sui documenti d’archivio che hanno cominciato ad essere accessibili dalla fine degli anni Ottanta, ha contato finora, nel solo biennio del Grande Terrore, circa 1.700.000 persone arrestate in Urss con imputazioni politiche. Se poi si contano le vittime delle deportazioni e gli «elementi socialmente dannosi» condannati, il numero dei repressi supera i due milioni. Di questi più di 700.000 furono giustiziati, la maggior parte tramite fucilazione. Nella sola Mosca sono circa 30.000. Sono cifre da capogiro, spaventose, che stringono il cuore, ammazzano il respiro. E in un certo senso sono anche provvisorie, perché riguardano solo due anni emblematici sui quali maggiormente si è concentrato l’interesse degli studiosi, ma che sono una parte soltanto degli eccidi di quasi trent’anni di leadership staliniana (basti pensare all’Holodomor in Ucraina degli inizi degli anni Trenta), e a cui bisogna aggiungere il non meno buio periodo iniziale della Rivoluzione di Lenin (a cui vanno ascritte, oltre alle vittime “ordinarie” della Rivoluzione, quasi tre anni di guerra civile e una terribile carestia) e le successive repressioni che hanno contraddistinto ogni epoca fino almeno alla fine degli anni Settanta.

Eppure, pur importantissime, sarebbero solo cifre. I numeri colpiscono, possono fare paura, con essi si possono stilare grafici e statistiche, ma con molta facilità si possono anche dimenticare, e con eccezionale rapidità si possono cambiare o, come si dice spesso, “re-interpretare”. Le persone no. Un nome e un cognome, una professione, una data, sono un fatto incancellabile. Per questo vale la pena di stare lì, una giornata intera, a leggere dei nomi, a farli “tornare”. Il “ritorno dei nomi” significa il “ritorno all’uomo”. Quello di cui la storia, tutta, ha oggi soprattutto bisogno.

Come aveva detto, quasi mezzo secolo fa, quando “democrazia” era una parola impossibile, Vasilij Grossman, in una pagina memorabile di Vita e destino: «Partiamo dall’uomo, mostriamogli bontà e attenzioni chiunque egli sia, arciprete, contadino, industriale milionario, forzato di Sachalin, cameriere in un ristorante. Iniziamo rispettando, compatendo, amando l’uomo, altrimenti non ne verrà nulla. È questa, la democrazia, la democrazia mai nata del popolo russo».



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