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STEVE JOBS/ Ringraziamo il genio della Mela, ma non facciamone un idolo

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Steve Jobs, fondatore di Apple (Ansa)  Steve Jobs, fondatore di Apple (Ansa)

Ma di quale “mondo” si parla? Con ogni evidenza, il mondo industriale dei media occidentali (cioè planetarii), coi suoi corifèi leftist delle tribune a stampa e a video, gli sarà debitore in eterno: ha trovato in Jobs il nume che ha felicemente coniugato il (plus)valore del capitale con la creatività senza limiti, la fame di notizia (e di soldo) con la follia rivoluzionaria. Non so come, ma da qualche tempo mi sto domandando se l’inventore dei calzini o del bidè non abbia reso all’umanità un servigio più utile dell’introduzione dell’iphone. Sarà il tempo, i prossimi decennii, a dire se le invenzioni del mitico Steve dureranno e saranno state davvero un bene.

Sul “Foglio” di giovedì, 6 ottobre 2011, all’indomani della morte a 56 anni di Jobs, è stato riproposto l’articolo pubblicato un paio di mesi fa circa da Claudio Cerasa, un giornalista-blogger che è suo fan sincero ma non acritico. Il pezzo, davvero notevole, svela e argomenta l’intenzione e la prassi religiosa perseguite dal “profeta” della rivoluzione tecnologica friendly, per l’appunto “osannato” dalla community degli “adepti” della Mela addentata.

È specialmente interessante l’idea di implicit religion connessa al marchio Apple e alle sue strategie, che coincidono indissolubilmente con quelle del suo inventore e mentore. Non va infatti dimenticato che l’indiscusso genio “visionario” (così l’ha consacrato Obama) della Silicon Valley ha rivestito – lui, non solo i suoi acclamatori – i panni del “filosofo mitico” annunciatore di una “nuova era”, che si è proposto – lui buddhista iniziato in India e unito in matrimonio da un monaco zen – come “mistico” e mistagogo di un popolo nuovo di consumatori raffinati, come l’iniziatore della via tecnologica light all’età dello Spirito. E anche il celebre motto, fra i tanti pronunciati da Jobs, “Stay hungry. Stay foolish” (“siate sempre affamati, siate sempre folli”) è in effetti un mantra tratto da “The Whole Earth Catalogue”, una rivista americana degli anni ’68-’72 e oltre di controcultura di sinistra, che predisponeva, predicava, prediceva l’imminente avvento di un’età eco-tecnologica, cui l’uomo ormai divinizzato doveva attrezzarsi. Fu un periodico che Jobs ebbe in séguito a paragonare a un “Google in formato tascabile”, dotato del medesimo potenziale informativo, e in cui all’epoca si leggevano proposizioni come le seguenti:

Noi siamo come dèi, e ci conviene farlo bene. Fino ad ora, un potere e una gloria di provenienza remota - attraverso ciò che è stato reso possibile dal governo, dal grande business, dall’educazione formale, dalla chiesa - ha avuto successo, ma solo fino al punto in cui grosse perdite oscurano gli attuali profitti. In risposta a questo dilemma e a questi profitti, si sta sviluppando un regno di intimo, personale potere - il potere dell’individuo di guidare la sua educazione, di trovare la sua personale ispirazione, di dare forma al suo ambiente, e di condividere la sua avventura con chiunque sia interessato. È il Whole Earth Catalog a ricercare e promuovere gli strumenti che aiutano questo processo. Gli uomini sono diventati come dèi. Non è forse il momento di capire finalmente la divinità che è in noi? La scienza ci offre la totale padronanza sul nostro ambiente e sul nostro destino, finora invece di gioire noi proviamo una paura profonda. Perché dovremmo? Come possono, queste paure, essere cancellate?



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COMMENTI
31/10/2011 - Per favore (Gaetano Nascimbeni)

La conclusione affrettata e apparentemente salomonica dell'articolista tradisce il fatto - come nota il lettore che mi precede - che la preoccupazione principale del pezzo era appunto quella di smitizzare: attenti, non confondetevi, Job non ha salvato e non salverà il mondo! Giusto. Ma questo lo credono i Severgnini di turno (che sono tanti, a tutte le latitudini) cioè gli snob e gli adoratori dell'ultim'ora. Come oggi adorano Jobs, domani adoreranno qualcun altro. In ogni caso, Jobs è migliore di loro. E poi. <..ha inventato e marchettato sull’orbe terraqueo prodotti commerciali (costosissimi) che hanno di molto semplificato, ridimensionato e incrementato quelle macchine un tempo grosse e grigie che si chiamavano “calcolatori” o “elaboratori elettronici”..>. Attenzione, è rimasto fuori qualcosa. Perché le macchine di Jobs sono belle. Ha introdotto il bello, sì, la bellezza, nella convivenza forzata con quello nostre protesi mentali che ormai sono i pc. Qui non ci sono ..santi che tengano, o uno la bellezza la sa vedere, o altrimenti se ne stia a casa. Perché è questa, in fondo la vera ragione del suo successo, uno ne sia consapevole o no. In tutto quel che facciamo - e un pc è "quasi" indispensabile, non è vero? Anche i grecisti, forse, lo usano - vogliamo più bellezza. Se poi questa va insieme alla funzionalità, direi che ci siamo. O no? Ma bisogna dirlo. Per il resto, se n'è andato un uomo di genio. Stop.

 
30/10/2011 - Chi ha voluto farne un idolo e chi no, e allora? (Gianni MEREGHETTI)

Diffido da chi ha voluto fare di Steve Jobs un idolo, ma non mi convince nemmeno chi si impegna a dimostrare che il genio della Mela non sia da idolatrare. Come non capisco chi lo ha idolatrato, così mi chiedo perchè mai si debba dire ciò che Steve Jobs non è. Che motivo c'è mai di sottolineare che non è cristiano? Di rimarcare che il suo è un umanesimo ateo? Non so proprio perchè mai questo accanimento per smitizzare chi ha creato un mito. Mi pare del tutto inutile, come è inutile idolatrare un uomo, con la conseguenza di non coglierne il valore, così chi mette i puntini sulle i per il timore che il cristianesimo sia contaminato produce un effetto domino incontrollabile fino ad una situazione così ingarbugliata da non trovare più il bandolo della matassa. Conseguenza di questa dialettica? Steve Jobs muore una seconda volta, muore per la nostra incapacità a stare di fronte a lui per quello che è e che in certi momenti si è comunicato con una intensità irripetibile. Per questo voglio guardare a Steve Jobs non mitizzandolo, ma nemmeno avendo il problema di non farlo, voglio invece guardarlo in faccia come un uomo che è stato di fronte alla realtà lasciandosi interrogare, ferire fino a percepire che la sua intelligenza non basta. Questo è Steve Jobs, un uomo che ha gridato forte un bisogno, che nei suoi successi e nei suoi fallimenti ha cercato Chi lo cercava. Una domanda che è rimasta aperta, una umanità sofferente che continua a gridare.