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STORIA/ Cristianesimo e islam hanno davvero bisogno di una nuova Lepanto?

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La battaglia di Lepanto, in un dipinto d'epoca (immagine d'archivio)  La battaglia di Lepanto, in un dipinto d'epoca (immagine d'archivio)

È una storia importante quella che si annoda intorno al significato della giornata di Lepanto. L’hanno riproposta Giovanni Ricci e altri autori nei saggi di un bel volume recente: L’Islam visto da Occidente (Marietti). Lepanto divenne l’emblema di un possibile riscatto politico-militare degli stati cristiani europei, davanti all’avanzata dell’Impero che i turchi avevano edificato dopo essersi sovrapposti alla prima dominazione araba, averne adottato la religione e sconfitto il grande avversario di Bisanzio, erede dell’antica Roma. Questo spiega come mai ancora oggi Lepanto sia una delle insegne sotto le quali amano raccogliersi i gruppi anti-islamici più oltranzisti, fioriti nel nostro mondo contemporaneo, in Italia e in altre parti d’Europa, per tenere viva l’esigenza della contrapposizione radicale con una “alterità”, insieme politica, religiosa e culturale, avvertita solo nei termini di un’insidia dalla quale difendersi con le armi del rifiuto e dell’innalzamento delle barriere. 

Ma il guaio è che i miti e le regole del passato non possono valere, negli stessi esatti termini, per il mondo di oggi. Questo è un uso strumentale della storia, viziato dall’anacronismo: pensare che i problemi si ripropongono sempre senza variazioni, e che dunque “gli altri”, lontani e diversi da noi, sono solo complici di un complotto mortale, al quale dobbiamo reagire con la muscolosa superiorità sancita da un duro conflitto, corpo a corpo.

Lepanto, al contrario, può anche insegnare che la logica dello scontro all’ultimo sangue e della “guerra di civiltà” non risolve al fondo e definitivamente i problemi. Ci vuole ben altro per convivere con il diverso da noi. Anche dopo Lepanto, gli uomini dell’Europa cristiana hanno dovuto mantenere contatti diplomatici e culturali con l’odiato nemico: per conoscersi, per gestire le grandi vertenze internazionali, per evitare di sbranarsi continuamente a vicenda. Ci furono ancora le guerre, la violenza, il rifiuto reciproco. Ci furono il nuovo assedio di Vienna del 1683, gli stendardi della Mezzaluna innalzati come bottino trionfale nei santuari mariani, la liberazione di Buda, Passarowitz (1718) e tutto quello che ne è venuto dopo. 

Sul fronte opposto, le moschee si sostituivano ai monasteri ortodossi e alle chiese cristiane, o le immagini dei santi erano appese a testa in giù alla Marina di Algeri. Ma c’erano anche gli scambi economici che restavano aperti tra i due mondi. Sopravvivevano dei margini residui di libertà per le minoranze religiose almeno nelle periferie più avanzate dei domini musulmani in terra balcanica. Persino il riscatto degli schiavi cristiani, recuperati con le collette di denaro a cura di confraternite e ordini religiosi presenti in tutti i più importanti centri urbani dell’Occidente, era la forma estrema di un rapporto stabilito tra realtà che avevano migliaia di buoni motivi per respingersi a vicenda.



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