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TONY BLAIR/ "Religione in ambito pubblico, secolarismo o laicità?": il testo del discorso

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Tony Blair, foto Ansa  Tony Blair, foto Ansa

La sfida deve coinvolgere anche coloro che sono abituati a denunciare solo le persecuzioni dei cristiani, per esempio a causa delle leggi islamiche sulla blasfemia, mentre tacciono sulla persecuzione delle altre minoranza religiose. La grande maggioranza di credenti che soffrono per le restrizioni governative o per l’ostilità sociale in tutto il mondo è composta da cristiani e musulmani. È semplicemente un riflesso dei numeri che compongono la popolazione mondiale. Le statistiche recentemente realizzate dal Pew Research Centre in Medio Oriente e in Nord Africa indicano che in alcune aree i musulmani sono più perseguitati dei cristiani, spesso proprio da parte di altri musulmani come loro. Questa è, naturalmente, solo una parte di un problema molto più ampio. Lo stesso rapporto del Pew Research Center descrive questa situazione come un problema esacerbato proprio da alcuni degli Stati stessi.

Nel periodo dal 2006 al 2009, la statistica indica che il numero dei Paesi in cui le restrizioni governative e l’ostilità sono aumentate è raddoppiato rispetto al numero di quelli in cui la situazione è migliorata. E il fenomeno non accenna a diminuire. La sfida è molto più difficile quando non viene rispettata la dignità umana e viene negata la libertà di credo. Questo provoca un’oppressione generale dei credenti in numerosi Paesi dell’Asia centrale, nel sud del Caucaso e, naturalmente, nella Corea del Nord. Ciò significa che dobbiamo sostenere i musulmani a Gujarat, in India, i cristiani non ortodossi in Moldavia, i Bahai in Iran, gli Ahmadis in Pakistan, i cristiani in Nord Africa, gli Indù in Sri Lanka, gli sciiti in numerosi Paesi a maggioranza sunnita e in altre zone. Tutti hanno sofferto, in qualche modo, per diversi tipi di discriminazione, dalle barriere invisibili alle molestie, dalla persecuzione alla repressione sistematica. Oggi il punto più importante è: da ogni lato, in ogni quartiere, ovunque noi guardiamo e analizziamo, la religione è potente, motivante e determina la forza che forgia il mondo attorno a noi. Per alcuni, questa è la prova finale dell’iniquità della fede religiosa. La loro risposta è l’abbandono.

Come il Papa ha brillantemente sostenuto nel suo recente discorso sulla fede tenuto ad Assisi: la distorsione della religione e la pratica della violenza nei confronti di essa provocano un tipo diverso di aggressione: un secolarismo che vuole discreditare, persino distruggere, l’idea stessa di fede e la fede in Dio. Eppure anche questo è un sforzo inutile. Per milioni di persone, la fede non si misura in pregiudizio, intolleranza o violenza, ma in amore, compassione, nel desiderio e nell’impegno per costruire un mondo più giusto e umano. Questo - il vero volto della fede - è ciò che spinge la Chiesa a essere così attiva nel fornire assistenza sanitaria in Africa, salvando migliaia e migliaia di vite o porta l’Unione Superiore Maggiori d'Italia a combattere il terribile traffico di esseri umani. Questa è la fede nel suo scopo più alto: il disegno che Dio ha per noi. È il desiderio di raggiungere la realizzazione sia spirituale che materiale che porta le persone a professare la fede con fervore. E, nell’era della globalizzazione, in particolare sulla scia della crisi finanziaria, le porta a sostenere la forza civilizzatrice della fede nel mondo moderno. L’umanità senza fede sarebbe profondamente impoverita, anche se si progredisse materialmente.

La globalizzazione senza valori e senza il senso di equità e giustizia che questi portano, spesso derivanti proprio dalla fede in Dio, rischia di produrre lo stesso tipo di crisi a cui stiamo assistendo, le cui conseguenze potrebbero essere solo all’inizio. È arrivato quindi il momento di mettere da parte gli inganni: non è vero che la fede sta diminuendo, che la religione non è come la si descrive, che nel 21° secolo un dibattito politico può essere seriamente condotto senza discutere di religione. La religione va affrontata come una scienza sociale, come un affare internazionale e come un aspetto psicologico, non come semplice religione. Perché ciò avvenga, i credenti i laici, le religioni e i politici devono iniziare a comunicare. 



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