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LETTURE/ L’ultimo D’Avenia: se ci sono "cose che nessuno sa", perché spiegare tutto?

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In un romanzo parlano le cose e occorre lasciare che il loro linguaggio inespresso adeschi la sensibilità del lettore e la muova nella via dell’identificazione o della distanza; se la pur lodevole abitudine a spiegare tutto, che è propria degli insegnanti come riflesso del loro lavoro, è troppo marcata, il rischio della didascalia è in agguato e presto o tardi ci si cade. E in questo romanzo, spiace doverlo notare, ciò accade troppo spesso. Non si riesce a capire se volutamente, anche per un comprensibile amore di letterato, oppure se per una insicurezza di esperienza umana, che cerca la quinta dell’autore, dell’autorità, per celarsi.

Sta di fatto che una storia che intreccia molte delle problematiche giovanili e non, che nella scuola emergono con frequenza, un racconto che ha il pregio di non essere scontato nelle sue pieghe anche interiori, un piccolo affresco che raffigura le varie età della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, meriterebbe un maggiore coraggio nel non sovrapporre ai fatti e ai personaggi il peso di troppi rimandi colti espliciti ed impliciti (la montaliana dolcezza inquieta di pag. 76 è un svista? non certo l’allusione a Il pranzo di Babette di pag. 151).

Allora i caratteri apparirebbero più naturali, meno costruiti; la profondità con cui l’autore li fa riflettere guadagnerebbe in sincerità; la descrizione della natura e della città nascerebbe da un moto dell’animo. Egli sembra possedere tutte queste qualità. Forse deve solo crederci e, lasciando la zavorra che lo appesantisce, vivere. Proprio come dicevano gli antichi: primum vivere, deinde philosophari. Allora forse si troverà nel mare aperto della realtà e lascerà che essa accada.

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COMMENTI
16/11/2011 - Recensione (Dante Alighieri)

In merito al libro di D'Avenia, suggerisco la lettura della recensione di A.Arslan (apparsa su Avvenire) che è scrittrice vera: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/ritorno-D'Avenia.aspx

 
15/11/2011 - Dante (Giuseppe Pezzini)

L'opposizione letterarietà-realtà, così come espressa nell'articolo, è scorretta. Il problema non è criticare un autore se cita, ma se la citazione non è parte dell'evento creativo, se non è richiesta dalla storia, se non è una tessera anch'essa del mosaico, se è un puro orpello. Un bambino partorito nella sofferenza è unico e reale, anche se il suo patrimonio genetico è interamente ereditato dai suoi genitori. Il realismo (e azzarderei l'unico realismo possibile) in letteratura accade dentro la costruzione letteraria, come tutto il medioevo insegna. La divina commedia stessa è di fatto un centone di citazioni e rimandi letterari, ma questo non toglie nulla della sua potenza e realtà. Anche i grandi romanzi realisti russi (e.g. Vita e Destino) dialogano con i loro predecessori letterari (Tolstoj). Sono gli adolescenti di Moccia e il loro tristo naturalismo ad essere pure fantasie.

RISPOSTA:

Caro signor Pezzini, le mie osservazioni sono proprio in merito alle citazioni-orpello, che alla fine diventano stucchevoli. Quanto a Dante e al suo uso della tradizione... mi sentirei di citare la prudenza di Virgilio, quando non sa fino a che punto si possano paragonare le cose piccole alle grandi. Sul confronto D'Avenia-Moccia, mi pare che le tematiche giovanili presenti nei loro libri siano lette e svolte in modo molto diverso, il che rende difficile commenti comparati ai due autori. LC