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LETTURE/ L’ultimo D’Avenia: se ci sono "cose che nessuno sa", perché spiegare tutto?

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Il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa, ha l’indubbio pregio della scorrevolezza. Si fa leggere con facilità e con attenzione, cosa non facile e non scontata. Racconta un piccolo squarcio di vita milanese, con alcuni rimandi alla Sicilia e alla Liguria, alla paziente libertà del mare che manca così tanto a Milano. Non moltissimi i personaggi: Margherita, la protagonista, i suoi genitori in crisi, suo fratello, sua nonna, le sue amiche, il suo professore di lettere, il suo primo amore, Giulio. Tutti gli ingredienti del momento in cui una bambina comincia a diventare donna e scopre lentamente se stessa e il mondo nel dolore e nell’amore.

Il romanzo inizia con una assenza, quella del padre di Margherita, fuggito da casa senza spiegazioni, prosegue con la decisione che spinge Margherita a cercarlo e a riportarlo in famiglia, ripetendo lo stesso tentativo di Telemaco a ritrovare Ulisse e a farlo ritornare a Itaca. Nel dolore di quella assenza, Omero e il professore di lettere innamorato dei libri, Giulio e la sua cupa tenerezza diventano le occasioni di una timida, ma tenace presa di coscienza.

Se ai mortali fosse possibile scegliere tutto da sé,/ sceglierebbero il dì del ritorno del padre. I versi di Omero chiosano a meraviglia gli avvenimenti della ricerca di Margherita, e non solo; fanno comprendere che la nostalgia dell’origine, l’attesa del compimento, l’amore del padre sono nella struttura della vita umana e nello stesso tempo sono in altre mani che quelle umane, e tuttavia oggetto del desiderio che muove ogni azione.

Il romanzo racconta la giovinezza, il teatro, la famiglia, la cucina, il disegno, i libri, i poeti, l’abbandono, il ricordo, la morte attraverso la lente della letteratura e della poesia: qui sta a parere di chi scrive il suo tallone d’Achille. La vita parla da sé, e se è vero che gli scrittori aiutano ad illuminarne molti aspetti, la mediazione letteraria ha i suoi pericoli, come avverte Stella, la fidanzata del professore nella sua precoce, troppo precoce maturità.



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COMMENTI
16/11/2011 - Recensione (Dante Alighieri)

In merito al libro di D'Avenia, suggerisco la lettura della recensione di A.Arslan (apparsa su Avvenire) che è scrittrice vera: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/ritorno-D'Avenia.aspx

 
15/11/2011 - Dante (Giuseppe Pezzini)

L'opposizione letterarietà-realtà, così come espressa nell'articolo, è scorretta. Il problema non è criticare un autore se cita, ma se la citazione non è parte dell'evento creativo, se non è richiesta dalla storia, se non è una tessera anch'essa del mosaico, se è un puro orpello. Un bambino partorito nella sofferenza è unico e reale, anche se il suo patrimonio genetico è interamente ereditato dai suoi genitori. Il realismo (e azzarderei l'unico realismo possibile) in letteratura accade dentro la costruzione letteraria, come tutto il medioevo insegna. La divina commedia stessa è di fatto un centone di citazioni e rimandi letterari, ma questo non toglie nulla della sua potenza e realtà. Anche i grandi romanzi realisti russi (e.g. Vita e Destino) dialogano con i loro predecessori letterari (Tolstoj). Sono gli adolescenti di Moccia e il loro tristo naturalismo ad essere pure fantasie.

RISPOSTA:

Caro signor Pezzini, le mie osservazioni sono proprio in merito alle citazioni-orpello, che alla fine diventano stucchevoli. Quanto a Dante e al suo uso della tradizione... mi sentirei di citare la prudenza di Virgilio, quando non sa fino a che punto si possano paragonare le cose piccole alle grandi. Sul confronto D'Avenia-Moccia, mi pare che le tematiche giovanili presenti nei loro libri siano lette e svolte in modo molto diverso, il che rende difficile commenti comparati ai due autori. LC