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IDEE/ Superare l'incertezza? Basta seguire l'aroma del caffè...

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Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)  Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti (immagine d'archivio)

Avendo seguito con interesse il dibattito sulla certezza ospitato da IlSussidiario.net ed avendo particolarmente apprezzato gli interventi di Costantino Esposito e di Maurizio Ferraris, mi permetto un piccolo contributo.

Quando Nietzsche scriveva “non ci sono fatti ma solo interpretazioni” non intendeva dire che affermazioni quali “il sole sorge al mattino,” “molti pomodori maturi sono rossi” o “il genoma umano è composto da 26 cromosomi” sono false. Intendeva invece sottolineare come i meri fatti espressi da simili affermazioni di per sé non impongono nulla di definitivo alle nostre valutazioni, ai nostri valori. Così, ad esempio, lo stesso fatto bruto espresso dall’affermazione “il genoma umano è composto da 26 cromosomi” può essere evocato per richiamare l’attenzione alla meravigliosa complessità della nostra fattura oppure per ricordarci che in fondo non siamo molto diversi dalle scimmie.

Allo stesso modo che “il sole sorge al mattino” può essere affermato con stupore colmo di gratitudine, può fungere da ouverture in una lezione di astronomia oppure può esprimere la monotonia di un’altra giornata in cui non accadrà nulla di realmente nuovo. Per Nietzsche, la dimensione del valore è interamente slegata dalla dimensione del fatto. Quest’ultima è come assorbita, fagocitata dalle istanze della prima. I fatti stessi sono “costruiti” a partire da certe esigenze valoriali che siamo noi a stabilire in piena libertà. Che questo sia possibile, e che quindi Nietzsche avesse in qualche modo ragione, si può facilmente verificare aprendo un qualsiasi giornale o ascoltando un qualsiasi comizio politico. Gli stessi numeri e le stesse percentuali, gli stessi “fatti” sono evocati per dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Ora, se per Nietzsche la scoperta di questa “slegabilità” del valore dal fatto fu motivo di entusiastica celebrazione, noi possiamo dire (un secolo dopo Nietzsche), che proprio qui sta l’origine dell’incertezza che ci tormenta, come Esposito ha ben mostrato nel suo intervento al meeting di Rimini. Non è che ci manchino i meri fatti. Di quelli ne abbiamo a disposizione sempre di più. È che ci mancano i criteri per scegliere tra le mille interpretazioni cui questi fatti, apparentemente, possono dare adito. In questo senso ritengo che proporre di ritornare al “fatto bruto” non offra niente di particolarmente new (pertanto l’etichetta new realism mi lascia piuttosto perplesso), poiché dai fatti bruti non ci siamo mai allontanati. È dai fatti carichi di valore che ci siamo allontanati, o meglio, ci siamo progressivamente disabituati a cogliere il valore nel fatto, in larga parte per merito dei cattivi maestri che ci hanno promesso che questo avrebbe aperto nuovi orizzonti di libertà.



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