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DIBATTITO/ De Rita: via Berlusconi, rischiamo i "piccoli Mussolini"

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Scontri in piazza negli anni 70 (Imagoeconomica)  Scontri in piazza negli anni 70 (Imagoeconomica)

Nel fatto che questo ceto medio al diventare borghese ha preferito l’imborghesimento, esattamente nel senso in cui l’aveva visto Pasolini. Significa assimilare non i valori, ma i comportamenti borghesi di consumo, di scolarizzazione, di svago, e preferirli alla responsabilità borghese. È l’inerzia di chi non ha avuto lo scatto morale di diventare qualcosa di più.

Ma ammesso che si possa parlare di un ceto medio, invece che di una polarizzazione di ceti medi, non si può vedere in esso, nella sua operosità, anche una legittima aspirazione al benessere? In fondo, anche i «cetomedisti» hanno fatto il boom economico.

Sì, in qualche modo in tutti gli anni della «cetomedizzazione» questo è stato vero. Il problema è quando, per ragioni varie, il ceto medio si è disaggregato. La colpa è di chi ha avuto paura di guardare avanti: “ma come, mio padre e mia madre che erano nulla sono diventati ceto medio, e io che faccio?” L’agiatezza fa credere al cetomedista di essere borghese, quando in realtà non lo è. E così si ferma, pensa a mantenere lo status raggiunto. A quel punto la disaggregazione diviene meccanismo perfido nella società, crea paura, rancore. L’esito lo vediamo ai giorni nostri: i figli del vecchio ceto medio sono divenuti precari, disoccupati, bamboccioni individualisti.

Non c’è, secondo lei, una crisi dell’io?

Certamente. La riflessione che abbiamo fatto col Censis negli ultimi due tre anni è stata tutta dedicata all’antropologia dell’io. Per questo abbiamo parlato di società mucillagine, un’aggregazione di elementi vegetali che non si legano l’uno all’altro e che sono destinati alla poltiglia. Lo stesso vale per il paese senza più desiderio, a tema nel Rapporto dello scorso anno. Prima di ritornare al noi occorre capire l’io, fare una diagnosi della sua malattia. Personalmente ritengo che non siamo ancora pronti per un passaggio al noi in termini valoriali.

Quale compito ci attende?

Il noi va costruito, non soltanto espresso come esigenza. Va costruito con nuovi meccanismi di rappresentanza, associativi, nuovi processi di legislazione segmentata, come quelli in cui i consumatori e gli esponenti della green economy si mettono insieme. Altrimenti passare dall’io al noi è solo una frase che non porta a nulla. Bisogna sperimentare riforme del noi perché il noi ritorni.

Berlusconi non c’è più. Il berlusconismo è finito?



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COMMENTI
21/11/2011 - Sottoscrivo (Alberto Consorteria)

Sottoscrivo ogni parola: l'analisi della mancanza di una borghesia responsabile, degli Junkers, è convincente. Però De Rita dimentica troppe cose. Questa rilassatezza coinvolge la famiglia, espressione e prima società di quella borghesia. Le nostre famiglie si disgregano. E cosa fa la collettività? Dice loro: se siete in difficoltà rilassatevi e divorziate. Lo stesso con l'aborto. La collettività non investe nell'aiuto alla vita, e la prima cosa che la collettività dice a una ragazza in difficoltà non è "fai uno sforzo, ecco un po' di soldi per aiutarti", ma "abortisci, è un tuo diritto". Queste sono le cose che la borghesia mondiale ci ha detto in questi ultimi 50 anni. Questa borghesia leader ha rinunciato al principio di autorità, alla famiglia e alla vita. Il suicidio politico di oggi è la necessaria conseguenza di questo suicidio sociale di allora.