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DIBATTITO/ De Rita: via Berlusconi, rischiamo i "piccoli Mussolini"

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Scontri in piazza negli anni 70 (Imagoeconomica)  Scontri in piazza negli anni 70 (Imagoeconomica)

Una borghesia che ha perso la leadership. Secondo Giuseppe De Rita, la fu classe dirigente italiana si è dissolta nell’apatia indotta dal consumo di massa. La buona, vecchia borghesia - «quella dei Cuccia dei Mattioli, dei Saraceno» - alla quale il paese devo molto, quasi tutto, si è arresa al ceto medio. Che prima di essere una classe sociale, è un modo di vivere e di pensare.
Breve sguardo nell’Italia post berlusconiana secondo il presidente del Censis.

Nel vostro ultimo libro L’eclissi della borghesia, lei e Antonio Galdo attribuite alla borghesia una vocazione di governo. Non ne avete idealizzato il ruolo?

Direi di no. Dal punto di vista storico la borghesia ha governato i sistemi. L’Inghilterra moderna è stata fatta dalla borghesia industriale, così come in Francia è stata la borghesia amministrativa, Napoleone a parte, a fare il paese come noi lo conosciamo, cioè così efficiente e compatto. Anche la borghesia prussiana, che ha fatto l’unità con le armi, ha avuto una funzione di guida.

E l’Italia?

L’Italia è stata fatta da una cultura in parte nobiliare, e penso a Leopardi, a Melzi D’Eril, a Confalonieri, ma anche da persone di estrazione borghese. Pensiamo a Gioberti e a gran parte della classe risorgimentale. Borghesia voleva dire la capacità di farsi carico di un destino nazionale. Fino al fascismo è stato così. Il  fascismo ci ha mandato a fare il passo romano sulle vie dell’impero, però ha fatto due cose importanti: ha sistemato l’economia dello Stato e gli ha dato un nuovo welfare. Le leggi sociali fatte dal fascismo sono di natura borghese; tanto è vero che i grandi borghesi del dopoguerra, da Cuccia a Mattioli a Saraceno, sono stati «figli» di Beneduce. Persone che avevano «sposato» l’Italia.

Nel vostro lavoro l’estinzione della borghesia è un fenomeno non solo sociale, ma anche spirituale: perché?

L’evoluzione socioeconomica dell’Italia del dopoguerra è avvenuta, a cavallo degli anni settanta e in parte anche ottanta, per un processo di «cetomedizzazione». L’Italia non ha più prodotto borghesia, ma ceto medio. Lo ha creato con la trasformazione dei contadini in coltivatori diretti, degli operai in piccoli imprenditori; con l’esplosione della dimensione corporativa, con il collateralismo democristiano e comunista, con l’aumento della spesa pubblica, degli impiegati pubblici e degli insegnanti. I professori di liceo degli anni cinquanta erano esponenti di una élite, scrivevano libri. Oggi un insegnante, nella scuola italiana, è ceto medio impiegatizio.

E dove sta la sconfitta morale?



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COMMENTI
21/11/2011 - Sottoscrivo (Alberto Consorteria)

Sottoscrivo ogni parola: l'analisi della mancanza di una borghesia responsabile, degli Junkers, è convincente. Però De Rita dimentica troppe cose. Questa rilassatezza coinvolge la famiglia, espressione e prima società di quella borghesia. Le nostre famiglie si disgregano. E cosa fa la collettività? Dice loro: se siete in difficoltà rilassatevi e divorziate. Lo stesso con l'aborto. La collettività non investe nell'aiuto alla vita, e la prima cosa che la collettività dice a una ragazza in difficoltà non è "fai uno sforzo, ecco un po' di soldi per aiutarti", ma "abortisci, è un tuo diritto". Queste sono le cose che la borghesia mondiale ci ha detto in questi ultimi 50 anni. Questa borghesia leader ha rinunciato al principio di autorità, alla famiglia e alla vita. Il suicidio politico di oggi è la necessaria conseguenza di questo suicidio sociale di allora.