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IDEE/ Indignados, lobbies e tecnocrati: c'era una volta la democrazia...

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Tale analisi si conferma in modo emblematico negli ultimi avvenimenti politici: mentre, da un lato, il “mandato democratico” è interpretato come un assegno in bianco per una quinquennale attività governativa, dall’altro lato si è tentato di far cadere il governo per motivi prevalentemente moralistici, e quindi in servizio di un’altrettanta logica partitica di potere e certamente non democratica. In questa situazione, si sono formati i primi cortei degli “indignati”: non con lo scopo di esercitare un “diritto democratico”, ma piuttosto come reazione di compensazione per il mancante ruolo democratico del popolo. L’effettivo cambiamento del governo poi si è svolto nuovamente senza un atto concreto ed espressivo del popolo, ma prevalentemente per pressioni del mercato e dell’Europa – e in questa linea i festeggiamenti sono stati di nuovo una “reazione non democratica”, e quindi di mera compensazione, di un popolo allontanato dalla partecipazione democratica.

Non si tratta, quindi, in nessuno dei due casi, di una rivendicazione di “diritti democratico-partecipativi”, ma di una reazione non-democratica ad una grave crisi del sistema democratico stesso. Se questa analisi si dovesse rilevare confacente, allora abbiamo a che fare, in questi ultimi due “casi” degli “indignati”, non con una crisi «dialettica» ma con una crisi «entropica» della democrazia. Questi due termini, introdotti da Zamagni nell’analisi del sistema economico, possono essere applicati anche all’attuale crisi politica: mentre una crisi dialettica esprimerebbe una semplice disfunzione della democrazia che nei suoi fondamenti è ancora ben radicata nella società, una crisi entropica significherebbe proprio il disfacimento del senso dell’istituzione “democrazia” stessa. Analizzando gli eventi delle settimane scorse, si sta delineando il pericolo concreto che siamo all’interno di una crisi del secondo tipo. Questo innanzitutto non significa, come qualche sondaggio o analisi sociologica ci vuole suggerire, che abbiamo a che fare con una popolazione “depoliticizzata” o “politicamente disinteressata”.

I fatti dell’assenteismo alle urne e del numero decrescente dei membri dei partiti, solo per fare due esempi, sono piuttosto il risultato della realtà che i cittadini non si sentono più parte attiva di una politica fatta ormai da partiti ed “apparatschik”. Poi, ultimamente, il modo d’agire della politica nei confronti della crisi economico-finanziaria, per gli “indignati” è stato solo l’ennesima conferma della perdita della sua anima, cioè la promozione del bene comune, che si trova in balia di altri meccanismi che impediscono qualsiasi legittimazione democratica. Il politologo Colin Crouch chiama questa situazione “post-democrazia”: «anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élites che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici». 

La politica non si legittima più nei confronti dei cittadini (per l’“input”), ma per ciò che produce – soprattutto leggi e regolamenti – (per l’“output”), per cui i partiti e i processi politici si plasmano sempre di più analogamente a quelli delle aziende e secondo meccanismi e leggi del mondo economico (ad es. le informazioni emesse dal governo non mirano più alla formazione di un’opinione politica tramite discussione pubblica, ma assomigliano ad una campagna pubblicitaria per stimolare i consumatori ad “acquisire” i “prodotti” del governo), perdendo la sensibilità per le proprietà della legittimazione politica.



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