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IDEE/ Indignados, lobbies e tecnocrati: c'era una volta la democrazia...

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Tale situazione fa aumentare la dipendenza della politica da lobbisti, consulenti ed esperti, dallo sponsoring da parte di industriali e privati, e si forma una classe politica che gestisce l’accessibilità e le regole della propria legittimazione: in questo modo, il partito si forma non per legittimazione democratica ma sulla base di una élite interna. Di conseguenza gli elettori devono essere “convinti” attraverso “campagne pubblicitarie” ad andare alle urne. Questo sviluppo “post-democratico” viene ulteriormente favorito, da parte della cittadinanza, dal crescente consumismo, come sottolinea Sheldon Wolin. I cortei degli “indignati” allora, come li possiamo osservare ormai in tante democrazie europee, esprimono la decisione in gran massa di voler recuperare la loro partecipazione democratica – per dirla con Crouch, la «costante ricerca di una nuova creatività dirompente all’interno del demos [che] garantisce ai democratici egualitari la principale speranza per il futuro».

La dinamica preoccupante di questo nuovo movimento degli “indignati”, allora, non è il fatto che anche qualche gruppo di black bloc si mischi tra loro o che festeggino le dimissioni del governo come un «mondiale vinto», ma che esprima e renda evidente una grave crisi nella quale si trova la nostra democrazia parlamentare. Il problema, però, è che essi si situano al di fuori del processo democratico-parlamentare stesso. Instaurano una sorta di “terza camera”, auto-dotata da un lato del “diritto di veto” ad alcuni progetti infrastrutturali o ad altri che già hanno passato il processo di legittimazione democratico-parlamentare, e dall’altro lato del “diritto di approvazione” dell’avvenuta dimissione di un governo tramite la festa in piazza. In entrambi i modi, però, non fanno che aggravare quella crisi della democrazia che giustamente denunciano. Per questo non ci si può limitare alla speranza di Crouch che tratta di «nuove creatività dirompenti», perché al processo democratico-parlamentare di rilevare l’opinione della maggioranza non c’è alternativa che si possa conciliare con i diritti fondamentali della persona.

La mobilizzazione delle masse non contiene nessun criterio per la formazione di un’opinione politica nel rispetto delle opinioni individuali, ovvero in altre parole: non può realmente rilevare qual è la vera opinione della “maggioranza” nel dovuto rispetto e cioè nella garanzia dei diritti della “minoranza”. Inoltre, anche i cortei o i festeggiamenti degli indignati non risolvono, come hanno dimostrato studi recenti, lo squilibrio nella partecipazione politica, nel senso che non includono maggiormente i gruppi della popolazione caratterizzati da formazione, reddito e competenze bassi, perché situazioni della vita precarie non porterebbero tanto alla reazione di protesta ed impegno personale, ma piuttosto alla rassegnazione.

Quali conseguenze politiche possiamo trarre da questa analisi? (1) Le analisi e le considerazioni che vengono riassunte con il termine “post-democrazia” danno una lettura problematica di questi “nuovi eventi” nelle nostre democrazie. Devono essere interpretati come segni d’allarme per iniziare una politica atta a ritrovare i valori ispiratori della democrazia e di metterli nuovamente in atto. In questo momento, le istituzioni democratiche devono rendersi conto della loro responsabilità ad aver stabilito una politica poco dialogica e poco partecipatoria, e ad aver prodotto, tramite l’inosservanza della legittimazione democratica, la reazione degli “indignati”. In questo momento, si tratta di trovare nuove piste non solo per riguadagnare questi terreni perduti, ma anche per aprire delle prospettive stabilendo nuove forme di partecipazione democratica nel XXI secolo. 



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