BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Indignados, lobbies e tecnocrati: c'era una volta la democrazia...

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Foto Imagoeconomica  Foto Imagoeconomica

(2) In questo scenario, l’“indignarsi” – oltre ad essere una reazione spontanea senz’altro comprensibile e forse necessaria per indicare i gravi problemi di legittimità democratica – non può certamente essere né l’ultima parola, né tantomeno una soluzione alla crisi della democrazia. Perché l’indignazione esprime un sentimento soggettivo e un momento personale di disprezzo o di apprezzamento, il quale a livello individuale ognuno è libero di esprimere, ma che non può essere rivendicato come “diritto fondamentale” nei confronti dello Stato.

Tale diritto infatti è la “libertà d’opinione”, che vincola qualsiasi espressione di un proprio sentimento contrario al governo o a decisioni parlamentari alla forma “giuridica” di essere “opinione”, ossia di essere articolata nei limiti del diritto e nel rispetto civile degli altri e delle istituzioni. (3) La “lezione” per le istituzioni parlamentari è senz’altro quella dell’urgenza di trovare nuove e valide forme di partecipazione e quindi di legittimazione democratica. Certamente i movimenti degli “indignati” non devono essere né sottovalutati nella loro problematicità democratica, e quindi nel loro essere “indicatore” di una crisi «endogena» della nostra democrazia, né sopravvalutati come accade quando la politica si assomiglia ad essa e copia i suoi metodi.

A questa lezione si aggiunge quella per gli indignati che la protesta civile in uno Stato di diritto si può svolgere sempre e soltanto sulla base del diritto. Questo pone innanzitutto un limite al modo di esprimere l’“indignazione”, perché ogni rivendicazione del diritto di opinione presuppone il situarsi sullo stesso suolo del diritto: in altre parole, della convivenza civile, quindi costituzionale, tra persone. Proprio per il fatto che la democrazia è una forma di Stato vulnerabile, essa esige un fondamento forte di diritto e di costituzionalità, che non deve mai essere posta in dubbio, tanto meno da parte di quelli che rivendicano “diritti liberali” per poter svolgere la loro protesta.

(4) Un “governo tecnico” può essere una soluzione di uscita da questo pericolo in cui si trova la nostra democrazia secondo l’analisi appena svolta? Un’eventuale risposta positiva dipende certamente da tanti fattori, innanzitutto dalla misura in cui avrà effetti positivi sui partiti esistenti. Se riuscirà a formare le necessarie larghe intese per alcuni riforme istituzionali capaci di rafforzare la partecipazione democratica, e se soprattutto riesce a fermare una dinamica di “tecnicizzazione” della politica che ha portato ad un sostanziale abbassamento della struttura democratico-partecipatoria dei partiti stessi, allora può certamente introdurre qualche elemento positivo che indichi la via d’uscita dall’attuale crisi democratica. In questa chiave, il vantaggio di un governo “tecnico” potrebbe essere proprio quello di oltrepassare una “tecnica professionistica” politica, quella denunciata dagli autori della “post-democrazia”, e quindi quello di risultare tutt’altro che “tecnico”. Tale risultato potrà essere senz’altro non semplicemente quello di un “governo”, ma di una nuova riflessione e collaborazione tra tutti i partiti e le forze politiche. Una prospettiva certamente difficile, ma non impossibile.

A questa lezione si aggiunge quella per gli indignati che la protesta civile in uno Stato di diritto si può svolgere sempre e soltanto sulla base del diritto. Questo pone innanzitutto un limite al modo di esprimere l’“indignazione”, perché ogni rivendicazione del diritto di opinione presuppone il situarsi sullo stesso suolo del diritto: in altre parole, della convivenza civile, quindi costituzionale, tra persone. Proprio per il fatto che la democrazia è una forma di Stato vulnerabile, essa esige un fondamento forte di diritto e di costituzionalità, che non deve mai essere posta in dubbio, tanto meno da parte di quelli che rivendicano “diritti liberali” per poter svolgere la loro protesta.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.