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DIBATTITO/ Barcellona: perché un giovane si dovrebbe "indignare"?

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Ho seguito con grande partecipazione i giorni dell’alluvione di Genova e forse lì mi è apparsa una realtà del mondo giovanile che non è quella rappresentata dai dibattiti televisivi. Il capitano di una squadra di rugby ha mobilitato tutti i suoi giocatori e il pubblico degli aficionados per andare nel fango della città alluvionata ad aiutare -senza alcuna pubblicità- le vittime di quella terribile catastrofe naturale. In questa come in altre occasioni di sventure drammatiche che si abbattono sul nostro Paese, come il terremoto dell’Aquila ed altri terribili sussulti della natura, ho visto in prima fila giovani ragazze e ragazzi che si prodigavano nell’attività di soccorso e di sostegno psicologico alle popolazioni vittime di queste grandi tragedie. Ho colto una differenza significativa nelle espressioni e negli sguardi dei giovani che venivano frettolosamente intervistati rispetto a quelli che, comodamente seduti nei salotti di Lerner, propinano ricette per combattere il debito pubblico.

Ho visto ragazzi con gli occhi vivi, espressivi, con un gesticolare spontaneo, con gli abiti sporchi di fango e di terra, esprimere un bisogno di relazione con altri uomini e donne, di sentirsi parte di un comune destino di sofferenza alla quale si può rispondere solo con l’affettività reciproca del sentirsi parte di una relazione. Ho sentito che c’è una carica affettiva e un bisogno d’amore nei giovani di cui forse loro stessi non sono consapevoli e che hanno difficoltà a mettere in campo come l’unica risorsa di un grande riscatto morale di un Paese avvilito dallo scetticismo e dalla retorica.

Sono convinto che chi come me ha maturato tanti anni di esperienza nel rapporto con i giovani può legittimamente fare un appello per convincerli ad abbandonare la strada pedissequa dell’imitazione del discorso pubblico degli adulti e ad innovare nel linguaggio il nostro modo di stare al mondo.

 



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