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DIBATTITO/ Barcellona: perché un giovane si dovrebbe "indignare"?

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"Indignati"  non è una parola che va criticata per le ragioni esposte da Galli della Loggia sul Corriere, ma perché  è una parola da adulti, iscritta nel lessico del moralismo tradizionale, priva di efficacia innovativa. Allude ad una normalità perbenista, ad un moralismo prescrittivo e non invece al bisogno di gettare al centro dell’arena l’impeto e la forza dei sentimenti giovanili. I giovani non possono essere indignati, ma dolenti. Debbono essere capaci di portare sulla scena del mondo la tristezza e il dolore che prova un adolescente quando si sente impotente a comunicare ciò che prova nella esperienza quotidiana della vita. In un mondo fatto di finzione e di ruoli stereotipi, dove gli adulti giocano con le parole senza credere nel loro significato, i giovani devono portare la forza dirompente della loro energia vitale, del bisogno estremo che gli uomini hanno di costruire relazioni amorose in cui l’io, il tu e il noi sono declinazioni dei sentimenti personali e collettivi che si penetrano continuamente in rapporti umani non calcolabili con la misura del successo e del denaro.

Costruire relazioni è la sfida che deve essere lanciata ad una società che subisce una pesante omologazione conformistica anche nelle apparenti forme di protesta e nel modo di trasformarle in notizie. Nelle assemblee giovanili, nei luoghi di incontro dove attraverso le nuove tecnologie mediatiche vengono convocate riunioni di massa mi piacerebbe sentire che un giovane si è alzato e ha cominciato a raccontare con evidente emozione la storia del suo amore fallito o il dolore per la perdita di un’amicizia e che abbia chiesto a tutti di parlare di amicizia e di amore per ritrovare un nuovo linguaggio dei sentimenti e delle passioni.

In un momento in cui si parla soltanto di borse e di spread, e tutti sembrano convinti che l’economia sia il centro del mondo, ci vuole qualcuno che ricordi agli esseri umani che non si vive di solo pane, anzi che il pane può arrivare per vie impensate se si mantiene lo spirito aperto allo stupore del nascere e del vivere, e se si riesce ad esprimere la fatica dello stare al mondo anche quando questo rischia di diventare il giardino zoologico di un gregge di pecore soddisfatte di brucare l’erba del prato.

 

 



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