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LETTURE/ Danielou, la Chiesa e quella logica che vince ogni scetticismo

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Arrivati fin qui, sembrerebbe che restiamo fermi alle pie elucubrazioni della sapienza religiosa di un passato arcaico e remoto. Ma non sono favole e miti decaduti. Il nucleo profondo di realtà a cui la lettera della Parola sacra rinvia fotografa un dramma che, dalle prime origini del mondo, arriva senza mai la minima smentita fino a noi oggi. L’uomo non basta a se stesso. Cerca la perfezione, il suo compimento. È domanda. Ma per cercare risposte, se non vuole muoversi a tentoni, annaspando nel buio, non può che partire dalle provocazioni, dai segnali o dagli inviti che la realtà in cui è immerso gli lancia. Non a caso diciamo che la realtà “è segno”: strutturalmente, in forza della sua stessa costituzione, con tutta la straordinaria ricchezza delle manifestazioni in cui si scioglie l’imponenza multiforme dell’essere, dalle più microscopiche e banali alle più splendidamente gloriose, la realtà è l’orma materiale in cui il richiamo del vero, del massimo bene e del bello catturano il cuore dell’uomo e lo sollecitano. Nella forza incisiva del segno, anche sotto l’urto doloroso di una prova o di un male che fa sanguinare, si mostra il bisogno inesauribile di un “pieno” al quale si scopre di doversi spalancare per riempire il vuoto del proprio limite e della propria insufficienza.

Se nella Bibbia e nei libri sacri delle altre tradizioni religiose si incontrano le pietre miliari di una posizione di apertura verso la potenza del reale visto come strada per ricongiungersi con l’origine da cui tutto trae il suo significato, dobbiamo subito aggiungere che il germe di questo senso sacramentale del divino è stato sapientemente custodito e sviluppato nelle forme di una fiduciosa pratica educativa, estesa come possibilità a ogni singolo individuo, nel tragitto millenario della storia della cristianità. La centralità della logica realistica del “segno”, che parla e rivela a partire dalla materialità assolutamente non scavalcabile della sua evidenza, in forza della presenza di cui è fisicamente carico, è un crocevia che unisce tra di loro teologia, cultura simbolica, liturgia e arte cristiana. Lo documenta con una lussureggiante abbondanza di dati, portandosi verso l’apogeo medievale e poi modernamente “barocco” (sul versante cattolico) della fioritura di una Ecclesia madre dei popoli dell’Occidente europeo, un testo che dobbiamo a uno dei più autorevoli specialisti dello studio dei rapporti della tradizione figurativa delle immagini con i canoni della letteratura religiosa applicata alla formazione dell’uomo credente. Ne è autore Ralph Dekoninck e il libro è intitolato: Ad imaginem. Statuti, funzioni e usi dell’immagine nella letteratura spirituale gesuitica del XVII secolo. Già dal linguaggio adottato per definirne il tema, si capisce che è un saggio impegnativo. Come si usa dire: per addetti ai lavori. Non è nemmeno recentissimo (Librairie Droz, Ginevra 2005), ma conserva tutto il suo peso di decisiva conferma a sostegno di dimensioni troppo a lungo sottovalutate da chi discute di radici e identità di quella che un tempo era semplicemente la “cristianità”.

Il cristianesimo è qui ricondotto alla “teologia del visibile”, riprendendo una felice formula di Hugo Rahner. Dio ha creato il mondo ed è entrato dentro la sua realtà. L’uomo stesso è stato concepito “a sua immagine e somiglianza”, e Cristo è il vertice supremo delle forme visibili che svelano l’infinita potenza amorevole della gloria divina. Ma anche le cose materiali, gli esseri viventi, i fatti della storia di ogni uomo sono un segno che trattiene un riflesso, magari solo incerto e annebbiato, della matrice da cui ricava vita e sostentamento, qui ed ora come in tutto lo scorrere inesorabile del tempo.



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