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DIBATTITO/ Sapelli: tra la "fede" di Lévy e quella dei tecnocrati, meglio il popolo

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1989, la fine della cortina di ferro (immagine d'archivio)  1989, la fine della cortina di ferro (immagine d'archivio)

È un caso che all’indomani del vertice Merkel-Monti-Sarkozy, sul Corriere della Sera Bernard-Henri Lévy abbia scritto dell’«apocalisse» europea e «dei suoi cavalieri divenuti dementi»? Per l’intellettuale francese la crisi dell’Europa non è economica. Ad essere sotto scacco è «la sua cultura, il suo genio, la sua anima». «La sua grammatica comune e nascosta». Se vogliamo capire quello che sta accadendo, dice Lévy, «più che Keynes o Friedman occorre rileggere Gibbon, Humbolt anche Polibio». Insomma, i teorici della caduta degli imperi, quelli di Roma e di Atene, che hanno dato forma alla civiltà europea. Per questo la soluzione della crisi - continua Lévy - «non sarà né finanziaria né economica ma - di nuovo, e a scelta - spirituale, morale o politica».
Come non essere d’accordo con il maître à penser d’Oltralpe? Qualcosa, però, non torna. «Ritrovare Roma. Restaurare Atene. È questo l’unico programma» conclude Lévy. Viene però il dubbio che dall’analisi del neoilluminista Lévy sia scomparso qualche ingrediente fondamentale. IlSussidiario.net ne ha parlato con Giulio Sapelli, economista e anch’egli interprete culturale della tempesta europea. «I paradigmi ateniese e romano sono fuori luogo» spiega Sapelli. «Quelli di Atene e di Roma sono imperi caduti per espansione, invece ciò che vediamo adesso è che l’Europa crolla proprio perché non è mai riuscita a diventare grande».

Levy dice che sotto la crisi economica c’è in realtà «un radicale désêtre», un «disfacimento dell’essere». Ammette i tecnocrati, ma dice che non saranno loro a salvare l’Europa.

Sul tema della dimensione culturale sicuramente va seguito, perché l’incapacità egemonica dell’Europa è di matrice culturale. Pensiamo alla Gran Bretagna e alla capacità egemonica a livello mondiale che è riuscita ad avere una piccola isola. Quello è stato davvero un impero.

L’Europa di Lévy è anche quella in cui l’«anatema» ha ceduto il posto alla ragione, «lo scisma della fede e dei corpi a una coscienza diventata nazione transnazionale». Non le sembra una analisi che dimentica, volente o no, la fede, anche cristiana, dei popoli?

Certo. Dimentica che l’aggancio ai valori morali che lui predica non può che essere al significato culturale laico cristiano dell’Europa, perché la crisi cui assistiamo oggi è una crisi di moralità e di speranza. Speranza alla quale mi pare che tutto l’orizzonte del pensiero laico, nei suoi epigoni più maturi, sia sensibile. Basti pensare ad Habermas, che ricerca una ragione morale dell’Europa ed è per riproporre i diritti umani di matrice illuministica. Ma Benedetto XVI sa bene che questa operazione, dopo Auschwitz e i gulag, non può che avvenire attraverso una mediazione con l’obbligazione a Dio. Quello che sfugge completamente, mi pare, a Bernard-Henri Lévy.

E la «coscienza transnazionale» di cui Lévy parla nel suo articolo?



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