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RAGIONE/ Vinceranno le grandi domande o le "buone abitudini"?

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Pablo Picasso, Madre con bambino malato, 1903 (immagine d'archivio)  Pablo Picasso, Madre con bambino malato, 1903 (immagine d'archivio)

L’etica delle virtù sembra una delle nuove (sebbene antiche) tendenze del nostro tempo e – nonostante la raffinatezza con la quale Natoli ne descrive i tratti – come aspirazione è molto più diffusa di quanto si sarebbe inclini a pensare. È infatti l’etica della “buona abitudine”. Il suo assunto costituisce un luogo oggi comune sulla verità, sul quale Natoli si basa per avanzare la propria proposta: “Dove sono, infatti” – egli si chiede – “i confini del mondo? Ammesso che si diano, non bastano certo le nostre vite per raggiungerli. A noi tocca di volta in volta tracciarli”.

Ma la conclusione a cui giunge è tanto impegnativa, quanto accattivante per il sentire collettivo: dato che un senso ultimo (o una certezza prima) se c’è, è impossibile da trovarsi, il nostro compito dev’essere quello di renderci capaci, in sua assenza, di dimorare in questo mondo, di saperlo “custodire e trasmettere”. In virtù di cosa?, si può domandare. Del fatto che possediamo “la misura del bene”, che consiste nella “realizzazione dell’ente, di ogni ente”; degli altri in particolare, dei quali abbiamo bisogno perché non bastiamo a noi stessi. Ma questa è – come Natoli ammette – la fede in un obbligo, appunto l’obbligo del saper vivere, qui e con gli altri. “Bisogna aver fede”, ci dice, “che questo avverrà e agire in conseguenza”.

L’alternativa che i due ci lanciano sembra stare qui: un’epistemologia che nasce da una metafisica di ciò che c’è o un’etica che annuncia il programma di ciò che dovrebbe essere. Mi viene così da porre subito due domande. Ad Esposito chiederei: in che senso il Cristianesimo – l’orizzonte imprescindibile del suo discorso – è in grado di illuminare la vera natura della ragione umana senza ridursi ad una sorta di metafisica naturalizzata (in cui, appunto, l’Essere è semplicemente una “natura” anonima) sulla quale in molti – cristiani e non – potrebbero trovarsi d’accordo senza arrivare mai a riconoscere il fattore decisivo, ovvero il fatto stesso di Cristo? Mentre a Natoli domanderei: cosa fa sì che il suo nuovo/antico obbligo o dovere etico, da una parte non sfoci in un altro tipo di fideismo, quello riguardante ciò che si dovrebbe realizzare, dall’altra non cada in un volontarismo, il cui obiettivo sarebbe quello di costruire quella certezza che non si è più in grado di riconoscere con la ragione?

Ma di questo, come ha scritto Natoli, “se ne può discutere in altra occasione”. Bene, quell’occasione è ora alle porte.

 

(Giambattista Formica)



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