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LETTURE/ Tolkien contro Eliot: ha ragione Barfield?

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Dell’unità di realtà, parole e significati non ci resta che un fantasma, il rapporto soggetto-oggetto della modernità, che è segnato da una tragica estraneità tra i due poli. In questa abissale distanza le parole non partecipano dell’unità originaria di significato, anzi sono nominalisticamente ritenute vuote convenzioni che indicano senza significare. Con tali strumenti impoveriti i nostri poeti (Barfield ce l’ha in particolare con Hardy e Eliot, quest'ultimo accusato dagli Inklings di avere rovinato per sempre la lingua inglese) raffigurano al massimo l’effetto che un mondo estraneo fa su di loro, ma non partecipano mai allo sviluppo di quel mondo stesso.

Questo è il motivo per cui le loro metafore sono brevi e di corto respiro mentre quando si partecipa dell’unità semantica originaria si sviluppano interi mondi che sono altrettante forme di partecipazione allo svelarsi dell’essere. I miti di ogni tradizione, i poemi omerici, le saghe nordiche, la Divina Commedia, la storia shakepeariana sono esempi di questo respiro di creazione che la maggior parte dei poeti contemporanei ha perduto, anche quando esprime significati morali elevati come Eliot. Ciò che accade nella poesia non è che il riflesso di una concezione molto più generale che ha nella divisione tra discipline umanistiche e scientifiche la sua più classica espressione: da un lato significati senza precisione tecnica, logica e linguistica, e dall’altra tecniche, logiche e linguaggi senza significati. La teoria di Barfield invece propone una scienza che crea quanto la poesia e una poesia che ha una tecnica sopraffina quanto la scienza.

Ci sarebbe molto da discutere sia sulla teoria metafisica sia su quella linguistica e letteraria. Occorrerebbe qualche studio filosofico e linguistico specializzato, che sarebbe forse ora di approntare, ma senz’altro la tesi è interessante e il successo di Tolkien e Lewis che vi si ispiravano è un serio indizio della necessità - quantomeno - di vagliarla.

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