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LETTERA/ Caro Bersani, la dignità è un'altra cosa...

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Pierluigi Bersani (Ansa)  Pierluigi Bersani (Ansa)

Ma cos’è la conoscenza di cui parliamo? La conoscenza è dare alle cose il loro nome. E’ riconoscere che l’uomo non diventa mai “meno degno”, e che proprio per questo deve essere sempre e comunque tutelato, anche dalle sue paure. E riconoscere che non si può defraudare il salario, che non si può uccidere, che non si può violentare; e riconoscere pari dignità a qualunque essere umano, indipendentemente dall’età, dalla razza o dalla malattia. Le sembrano cose su cui si può discutere? E’ essere certi che su alcuni temi non ci sono “due verità”, a seconda di chi parla: stuprare è sempre un male, frodare le tasse o rubare al povero è sempre una male, aggredire il bambino (nato o non nato che sia) è sempre un male; poi ci saranno attenuanti, ma il male è certo. 

Il problema è che oggi prevale l’etica dell’auto-nomia, cioè che se TU decidi che una cosa non è male, diventa BENE, a condizione di avere la FORZA per farsi valere. E certa bioetica utilitarista (“io valgo solo se so farmi valere, se sono legge a me stesso”) toglie la qualifica di “persona” a coloro che avrebbero “perso dignità” (feti, disabili mentali, pazienti in coma prolungato). 

Insomma, on. Bersani, oggi siamo in una società spaventata e solitaria in cui si cerca di pararsi e ripararsi da tutto e da tutti, perfino dalla morte, perfino dai nostri cari che ci guardano morire; e dal lavoro che genera poco potere spicciolo e spendibile socialmente (e questo accade non solo al manovale, ma anche tante volte ai manager). Magari pensando che una decisione presa nel chiuso della propria stanza, di fronte ad un foglio di dati sia garanzia di libera scelta e dignità. Ma - e immagino che su questo potremo dialogare - la vera dignità è un’altra cosa, e la solitudine, sommo ideale della società postmoderna, può farci scordare di averla. 

Allora dobbiamo garantire che nessuno si senta mai abbandonato: empatia da parte di chi cura, accesso a cure psicologiche, ad un ambiente non deprimente, alla compagnia dei cari, provvedimenti che diano agevolazioni e addirittura mettano al di sopra degli altri le persone con disabilità e malattie gravi. Cioè ri-conoscere, leggere la realtà. Diamo queste poche ma forti garanzie a chi sta male. Poi, solo poi, si potrà domandare se la vita è degna; solo poi si può discutere sulle leggi. 



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COMMENTI
30/11/2011 - Libertà e Società (Antonio Servadio)

"perfida è la società che lascia le persone sole, obbligandole a scegliere tra una vita disegnata come indegna e scelte letali". Sarei d'accordo, specialmente per l'aspetto "solitudine" (che mi sembra antitetico a "società"). Piuttosto, non è forse il caso di dubitare se tale impostazione sia pienamente "degna" di essere denominata "sociale"? Mi pare che la "libertà" non dovrebbe limitarsi al "dover" scegliere tra opzioni predeterminate. Libertà, a livello sociale, non implica forse la capacità di ridiscutere, di ipotizzare nuove situazioni e generare nuove soluzioni ? Libertà fa rima con creatività. Con un linguaggio "business"... serve saper pensare "out of the box", qualcosa di alquanto differente da un crudo out-out.