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4 NOVEMBRE/ Cos’è la patria? Piccolo discorso immaginario

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Il Vittoriano (Imagoeconomica)  Il Vittoriano (Imagoeconomica)

Comprenderete che, sotto questo profilo, l’educazione non consiste più solo nell’instaurazione di un rapporto positivo e comunicativo – tra parentesi: tutt’altro che facile... – tra le generazioni, ma anche nell’introduzione di ogni bambino, ragazzo e giovane alla realtà, in tutti i suoi aspetti e nel suo significato. Ora, il passato e la storia sono un aspetto della realtà che non si può trascurare, pena gravi conseguenze. Questa cosciente e deliberata introduzione alla realtà e al suo significato è compito proprio non dei giovani, quanto piuttosto della generazione adulta, che della consistenza e del senso delle cose dovrebbe aver già fatto esperienza in prima persona.

Molti fatti, però, anche di cronaca, di questi ultimi mesi e giorni, destano più di un dubbio circa l’effettiva, diciamo così, “credibilità”, in proposito, della generazione “adulta”. Cito, per fare solo tre esempi egualmente dolorosi, il difetto di onestà intellettuale, l’insistenza sugli scandali, l’abbondanza di pregiudizi ideologici e lo scarso senso del bene comune che infarciscono, da settimane, i discorsi dell’opinione pubblica e della classe politica sui problemi del paese. Come potrete convenire, queste – per usare un eufemismo – “cadute di stile” non predispongono certo le condizioni ideali per introdurre gli studenti, o più in generale le nuove generazioni alla conoscenza della nostra nazione (e quindi del processo di formazione dello Stato unitario), nonché all’esercizio dei diritti – e dei doveri – di cittadinanza.

Per contribuire a rialzare lo sguardo, vorrei perciò indicare un punto molto bisognoso, a mio giudizio, di urgente e attenta riconsiderazione. È un punto che deve oggi riconquistare contenuto e significato in un contesto nuovo – molto diverso da quello degli inizi del Regno d’Italia, o del periodo fra le due guerre mondiali. Si tratta, per usare un’espressione sintetica, del “servizio alla patria”. Occorre domandarsi  lealmente, senza paura della radicalità dell’interrogativo: che cosa possono continuare a significare, oggi, le parole “servizio” e “patria”? Un’altra orazione non basterebbe a risolvere il problema, tanto esso è vasto e impegnativo. Permettetemi solo di offrire un breve spunto, per avviare la ricerca di una risposta.

Fino a che il “servizio alla patria” veniva identificato con l’obbligo di leva, l’espressione stava a significare, sostanzialmente, il “debito” del giovane verso il proprio Paese. Il debito veniva assolto prestando il servizio militare, e perciò preparandosi, se necessario, alla difesa in armi dei confini e dell’integrità nazionale. L’adempimento del servizio in regioni diverse da quella d’origine aveva inoltre lo scopo di aprire il giovane alla conoscenza dei suoi coetanei di aree sociali e ambientali diverse, e di contribuire a creare o rafforzare fra loro un comune sentire (analogamente a ciò che rappresenta sempre la dura esperienza della trincea e del fronte durante una guerra). Poi, la stagione della contestazione del servizio militare e l’introduzione di quello civile hanno di fatto esteso l’accezione dell’espressione “servizio alla patria” alla possibilità di saldare quel debito anche facendosi carico di una gamma di bisogni della nostra comunità non più solo strettamente militari, ma anche sociali ed economici. Infine, la ridefinizione della struttura, dell’organico e dei compiti delle Forze armate ha comportato un ulteriore cambiamento, con la sospensione della leva obbligatoria generale e la trasformazione dell’esercito in senso professionale.



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