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4 NOVEMBRE/ Cos’è la patria? Piccolo discorso immaginario

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Il Vittoriano (Imagoeconomica)  Il Vittoriano (Imagoeconomica)

In questa evoluzione, il termine “servizio” ha cominciato a significare non più solo “debito”, ma anche “disponibilità a prestare la propria opera” a scopi civili, sociali, culturali e umanitari. Ora, la domanda cruciale è questa: la parola “servizio” continua a significare qualcosa, per coloro che si avviano a concludere la scuola superiore o varcano la soglia della maggiore età, e per i loro compagni più giovani? È un termine ancora presente nel loro vocabolario e nel loro universo di pensiero?  Se sì, per indicare che cosa? Se no, perché è scomparso?

Quello che abbiamo appena detto del “servizio” vale, in proporzioni ancora più grandi, per la parola “patria”. Il suo significato sembra, nel senso comune, essersi quasi “ridotto ai minimi termini”. Si prova quasi paura a pronunciare la parola; e se lo si fa, lo si fa con l’accento che si riserva alle “cose d’altri tempi”, ai valori di un tempo che non c’è più.

Anche qui una riflessione compiuta richiederebbe molto tempo. Mi limito perciò a proporre ancora uno spunto, per avviarla. Esso ci viene suggerito dal fatto che oggi siamo stati circondati da un certo numero di simboli: la Messa, l’Ara della vittoria, l’Alzabandiera, un corteo, la musica, i canti degli Alpini. Ora, che cos’è un “simbolo” ? In parole semplici, è una cosa che significa più di se stessa. È come una porta, che introduce in una dimensione apparentemente non visibile delle cose, ma altrettanto reale, e anzi ancora più importante di ciò che è immediatamente visibile. Si tratta di quella dimensione che, fin dall’antica Grecia, i filosofi hanno chiamato “verità” e “significato” – e vi prego di intenderle nella loro accezione più elementare, per così dire immediatamente umana: come sinonimo dell’evidenza delle cose e dei principi che stanno a fondamento della convivenza sociale.

Ma – e così mi avvio alla conclusione – a quale simbolo guardare oggi, per riscoprire il senso della parola “patria”? Mi perdonerete se traggo da un altro anniversario imminente il suggerimento decisivo per rispondere. Il 12 novembre del 2003 nell’attentato alla caserma dei Carabinieri di Nassiriya, in Iraq, trovarono la morte, pochi giorni prima di rientrare in Italia, diciannove soldati dei Carabinieri. L’emozione che scosse il nostro Paese fu allora grandissima. Ma ancora più grande fu la sorpresa quando la moglie di uno dei militari uccisi, la sera di quello stesso giorno, manifestò il suo perdono cristiano a coloro che avevano ucciso suo marito.

Abbiamo detto prima: il simbolo è qualcosa, che significa più della sua immediata apparenza o consistenza materiale. La memoria di chi non c’è più, la coscienza di un compito di pacificazione e di bene svolti fino al sacrifico estremo, con un occhio particolare per i bambini: ecco, questi sono i tratti, questa è l’immagine viva che dovremmo tutti aver presente, come aiuto ad alzare lo sguardo nella direzione in cui la parola “patria” può tornare, anche – e direi: soprattutto – attraverso l’educazione, a essere significativa per ogni nostra generazione: quella oggi adulta, ma anche le più giovani. Grazie.



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