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LETTERA/ Dagli Usa: agli ideali di Steve Jobs preferiamo un garage di Boston

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Steve Jobs, fondatore di Apple (Ansa)  Steve Jobs, fondatore di Apple (Ansa)

Un gruppo molto internazionale di americani, italiani e altre nazionalità si trova qui a Boston tutte le settimane nei propri posti di lavoro per leggere e discutere “Il senso religioso” di Luigi Giussani (The Religious Sense nella traduzione il lingua inglese). L’autore definisce le domande fondamentali dell’uomo (“Quale è il significato ultimo della esistenza?”; “Perché c’è il dolore, la morte, perché in fondo vale la pena vivere?) come la stoffa della natura dell’uomo. Procede poi a descrivere sei posizioni che invece eliminano o riducono drasticamente le domande di cui è fatta la natura dell’uomo. Io personalmente, insieme ad alcuni amici, sono rimasto folgorato dalla somiglianza della proposta fatta nelle celebrazioni di Steve Jobs con la sesta ed ultima di queste posizioni che l’autore intitola “Alienazione”. Don Giussani dice: “Secondo questa ultima posizione la vita ha un senso tutto positivo... [come per Steve Jobs e nei nostri posti di lavoro] ... l’ideale della vita risiederebbe in una ipotetica evoluzione nel futuro, a cui tutti dovremmo concorrere come unico significato del vivere. La dinamica spirituale della persona e il meccanismo evolventesi della realtà sociale sono finalizzati a questo futuro [e qui iniziamo a capire i nostri problemi. Ciò per cui ci è proposto di lavorare e spendere le nostre energie è il futuro. Steve Jobs dice che i punti si connetteranno nel futuro; i nostri datori di lavoro ci dicono che avremo enorme e duraturo successo nel futuro]. Questa ottica considera le domande fondamentali dell’uomo come stimolo funzionale alla edificazione di tale progresso, quasi una specie di gherminella con cui la natura ti costringe a servire il suo progetto irreversibile” [è infatti una alienazione]. Ma ciò che è sorprendente è che noi sentiamo la nostra umanità come se fosse fatta per servire questo futuro, per una vaga attesa del futuro, per un proprio successo nel futuro. Le reazioni qui negli Stati Uniti sono state entusiaste, a tutte i livelli, nel ricevere la proposta che i giornali hanno fatto proponendo il personaggio Steve Jobs. Ci siamo sentiti dire mille volte: “Steve Jobs ci dice di non accontentarci [una delle frasi di Stanford], di rimanere affamati, di seguire i nostri ideali. E’ esattamente quello che abbiamo sempre voluto. Dobbiamo seguire, spendere la vita per l’ideale”.  Ammesso che la mia interpretazione sia corretta, Don Giussani ci dice invece che la posizione di Steve Jobs è una riduzione delle domande, una menomazione della stoffa di cui siamo fatti. A noi sembra un incremento, a lui una riduzione. 

Don Giussani sottolinea che le parole più importanti della vita (amore, libertà, conoscenza) possono essere comprese solo partendo dalla propria esperienza. Una parola molto usata nelle discussioni su Steve Jobs è la parola ideale. Il discorso di Stanford viene letto come un testamento che sviluppa in maniera profetica la parola ideale. Ma questa parola, resiste al test dell’esperienza? Soprattutto, perché l’ideale di Steve Jobs sembra mischiarsi ai nostri problemi di tutti i giorni in una insalata russa in cui tutto si confonde e non si riesce più a vedere bene nulla? Successo, filosofia buddista (Jobs era buddista e tutto quello che ha detto a Stanford è di matrice buddista) ed etica professionale si fondono in discorsi che ci ispirano e ci lasciano più spenti di prima. L’ideale, invece, un qualsiasi ideale che si possa definire tale, non dovrebbe semplificare e chiarire?



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