BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

RUSSIA/ Sedakova: chi può aiutare il cuore della vecchia Rus' a diventare nuovo?

Pubblicazione:

Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

Mentre il nostro ampio pubblico alla fine degli anni Ottanta stava ancora compitando sulle opere di Florenskij e di Berdjaev, che aveva appena scoperto, non sapeva o non si rendeva conto di stare assistendo da contemporaneo a un secondo storico incontro fra la Chiesa e la cultura laica. Il primo discorso su quanto è avvenuto nella zona d’ombra, nello spazio non ufficiale della cultura tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta (epoca che il filosofo V. Bibichin ha definito “nuovo rinascimento”), è stato il documentario in quattro puntate di Aleksandr Archangel’skij, Il gran caldo. Il film delinea quest’epoca, ne fa vedere i protagonisti (naturalmente, è chiaro, non ci sono tutti); non tenta neppure di individuare i temi che in quel periodo assorbivano il pensiero di scienziati, artisti, scrittori, musicisti. Ed è comprensibile, l’intento del progetto era un altro.

Questo “ritorno sotterraneo alla fede” di intellettuali e artisti dopo decenni di ateismo coatto ricordava per alcuni versi la “rinascita religiosa” del Secolo d’Argento, ma per altri versi se ne differenziava profondamente. La ricordava, innanzitutto, per l’immediata sensazione di una nuova ispirazione che scosse molti, portando un senso di liberazione, di scoperta di una nuova profondità, dello spalancarsi di una prospettiva. “All’improvviso la vista si allargò intorno a noi”. La Chiesa (o più esattamente il cristianesimo, o ancor più esattamente una “religiosità” molto indeterminata; M. Epštejn, mio compagno alla facoltà di lettere di Mosca e ormai da tempo docente universitario in America, ha descritto questo fenomeno con il nome di “religione povera”), e la libera creatività artistica e intellettuale, si incontrarono, per così dire, nelle catacombe, perché sia l’una che l’altra erano sottoposte dall’ideologia sovietica a feroci persecuzioni. Se la Chiesa ortodossa un fin dal 1917 aveva cominciato ad acquisire un numero a tutt’oggi incalcolabile di martiri e testimoni della fede, anche la libera creatività mostra una quantità di propri martiri e testimoni, quali divennero i migliori artisti, scienziati e pensatori, uccisi e vessati per la loro fedeltà al genio umano e alla sua storia.

 

Per l’alto valore dei secoli trascorsi,
per la nobile stirpe umana ho rinunciato
anche ad alzare il calice al banchetto dei padri
e alla letizia e al mio stesso onore.

 

Così Osip Mandel’štam definiva l’oggetto della sua professione di fede.

Secondo i progetti dell’utopia, entro un determinato anno il paese avrebbe dovuto diventare al cento per cento ateo, e l’arte al cento per cento “proletaria”, cioè ideologicamente manipolata, sia nel “contenuto” che nella “forma”. Per quanto riguarda il pensiero, ne era semplicemente venuta meno la necessità: “l’unica dottrina vera”, il marxismo volgarizzato, aveva già fornito la risposta a tutti gli interrogativi, storici, sociali, scientifici (partendo da questo presupposto, venivano stroncati gli indirizzi “estranei”, “idealisti” e “borghesi” in biologia e linguistica e in molti altri campi di ricerca). L’unico tipo di creatività umana di cui questo Stato aveva bisogno, e che esaltava, era la tecnica, che prometteva la “vittoria sulla natura”.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >