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RUSSIA/ Sedakova: chi può aiutare il cuore della vecchia Rus' a diventare nuovo?

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Nessuno di questi progetti utopici – né il primo (l’ateismo totale), né il secondo (un’arte totalmente manipolata), né il terzo (scienze interamente controllate dall’ideologia), riuscì a realizzarsi allo stato puro. Ma pur nella loro parziale attuazione essi si lasciarono dietro fiumi di sangue, una vastissima degradazione del potenziale mentale del paese, un’ignoranza generalizzata in un gran numero di sfere umanitarie.

Il vento di liberazione che si levò inaspettatamente alla fine degli anni Sessanta, contribuì anche ad avvicinare la cultura laica libera alla tradizione spirituale e alla Chiesa ortodossa perseguitata. Dall’epoca di Pietro il Grande questi due principi in Russia erano esistiti senza una profonda interazione, e tanto più il loro incontro fu sorprendente.

Anch’esso, come del resto il primo incontro di cui abbiamo parlato – la rinascita religiosa dell’inizio del XX secolo – apportò frutti che hanno già ottenuto un riconoscimento universale (i film di Tarkovskij, la musica di Arvo Pärt, di Sil’vestrov, la prosa di Venedikt Erofeev), come pure frutti che cominciano appena ad essere conosciuti (la pittura ieratica di M. Schawartzman, il pensiero di V. Bibichin, la poesia del samizdat). Figura centrale di questa “nuova rinascita religiosa” nella cultura laica, e maestro di molti suoi protagonisti è stato Sergej Averincev. Il nome di Averincev è noto in Italia. È in preparazione un grosso volume di suoi scritti in italiano, con il titolo Verbo di Dio e parola dell’uomo, che si incentra sul tema fondamentale della sua opera, la Sofia Sapienza Divina. Le circostanze dell’epoca, che non consentivano un discorso teologico diretto, contribuirono al sorgere di un genere particolare: filologico nelle sue fonti, ma aperto ad amplissime prospettive ermeneutiche. “Non tutto il male vien per nuocere”, dice il proverbio. A scopo cospirativo, per distrarre lo sguardo dei capi e della censura Averincev inventò un virtuoso sistema di trattare i temi più centrali della fede e della dottrina sotto forma di dotti commentari ad aspetti che sembravano apparentemente specifici, di nicchia. Se Averincev sapeva scrivere – noi, a nostra volta, sapevamo leggere il suo “messaggio cifrato”. Venne così trovato un linguaggio di annuncio cristiano e di riflessione teologica che prima non esisteva, e che rispondeva in maniera ideale a ciò che poteva essere accetto ai nostri contemporanei: una riflessione, una ricerca priva di superficiali tentativi di moralizzazione, di dichiarazioni dottrinali, ma in grado di coinvolgere immediatamente e in profondità il lettore, di farlo penetrare nel mondo stesso di azione della sapienza, nel mondo dei significati e dei nessi tra i significati.

La sintesi di erudizione scientifica, di geniale intuizione e di fede personale presente nelle opere di Averincev ha aperto nuove possibilità sia per gli studi umanistici laici (si basano infatti sull’idea di comunione, e non di astratta descrizione oggettiva intesa come unico approccio “scientifico”), sia per il pensiero ecclesiale. Averincev, per usare una sua espressione, è venuto a “costruire ponti sui fiumi di ignoranza”, di una grave ignoranza, creata dai “decenni bui” di indottrinamento sovietico, durante i quali la cortina di ferro non separava la persona soltanto dal mondo contemporaneo, ma anche da tutta la tradizione culturale. Tuttavia, Averincev non era un maestro nel senso che condividesse la sua favolosa erudizione: piuttosto creava nuovi significati, in nesso diretto con il momento storico che egli percepiva con grande acume.



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