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CERTEZZA/ Natoli: Caro Esposito, il nostro destino è la ricerca senza fine

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Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)

Non le riprendo, ma qui mi sembra opportuno fare alcune osservazioni circa la differenza tra certezza e fede. In breve, la prima e più evidente differenza è questa: alla certezza si appartiene, la fede si concede. Detto altrimenti, la certezza è una condizione, la fede un’adesione. Di più: la certezza è un abito, la fede una scelta. Credo che queste coppie facciano capire a sufficienza dove cade la differenza. Per molti versi mi sento di dare una versione profana di una nota espressione di Paolo - “il giusto vive per la fede” - a patto che per fede s’intenda qui quel corredo di credenze ereditate, che ogni individuo inevitabilmente possiede in quanto appartenente a una comunità. Se la questione la si pone in questi termini, la condizione originaria di certezza non è da confondere con una soggettiva volontà di verità, ma piuttosto come quel terreno preliminare sottratto al dubbio e che solo lo rende possibile. Per dirla con Wittgenstein: “ 94. la mia immagine del mondo non ce l’ho perché ho convinto me stesso della sua certezza, e neanche perché sono convinto della sua correttezza. È lo sfondo che mi è stato tramandato, sul quale distinguo tra il vero e il falso” (Della certezza). E più esplicitamente: “115. Chi volesse dubitare di tutto, non arriverebbe neanche a dubitare. Lo stesso gioco del dubitare presuppone la certezza”. E a partire, dunque, da una solida credenza che si può cominciare a dubitare.

Qui torna pur buono il materno di cui parla Esposito ma che però non attiene strettamente al rapporto madre-figlio, bensì a quello più largo individui-credenze. Il bambino, infatti, “impara a credere in un sacco di cose... e ad agire secondo queste credenze”. E ogni madre fa la madre secondo i costumi e l’uso di una comunità e della società in ci vive.  Dare l’inizio a una vita non vuol dire essere in assoluto un inizio. La certezza è quindi una condizione originaria perché ereditata e non perché scelta. È così che si stabilizza la regolarità delle condotte e che si generano le morali. Di qui inevitabile una conseguenza: l’abitudine di fidarsi e affidarsi. Se le cose si considerano così, il credere è già di per sé un sapere.

Ora, di solito la certezza vien meno a fronte dell’insorgere di problemi che le certezze consolidate non ci permettono più di risolvere. È questa la ragione per cui, pur radicati su un terreno di certezze, viviamo nell’incertezza. L’indeterminazione del mondo ci pone innanzi a sempre nuovi dilemmi per cui è necessario reperire nuove soluzioni. Ma dal momento  che abbiamo appreso regole ce le sappiamo anche dare, è questo che ci permette di disegnare trame di senso e di dare direzione al nostro movimento nel mondo. Di questo ne è prova il fatto che a fronte di verità messe in revoca siamo nelle condizioni di individuare altri piani di verità che ci permettono di decidere del vero e del falso. L’incertezza matura, dunque, sul terreno della certezza, la lacera ma non per questo abolisce: caso mai ne ridefinisce il piano. È l’ulterius quaerere. Per questo pur senza una certezza assoluta ci capita di muoverci in un modo di certezze. Se così non fosse, non potremmo vivere.



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