BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CERTEZZA/ Natoli: Caro Esposito, il nostro destino è la ricerca senza fine

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)

Caro direttore,

il testo di Esposito è importante e molte sono le cose condivido anche se da altre divergo. Per questo ritengo che meritino d’essere discusse. Tra queste, la più importante - e che a mio parere sottende tutto il testo e ne rappresenta l’intenzione latente - è quella di dare alla certezza il suo definitivo fondamento nella fede. Solo la fede, infatti, può soddisfare per intero il nostro bisogno di certezza. Certo la fede non ci esonera dalle condizioni incertezza in cui ci veniamo a trovare di volta in volta nella vita, quando non sappiamo che fare e restiamo paralizzati nelle scelte. Non ci garantisce neppure dall’errore, ma paolinamente, ci fa vivere tutto questo nella speranza. Qualunque cosa accada andrà a finir bene.

Ma, se la certezza per non essere debole – come sono le certezze mondane – deve trovare fondamento in altro da sé, non è affatto originaria, ma, al contrario consegue all’atto di fede o più teologicamente nell’adesione a Dio. Nel dire questo non credo di tradire le intenzioni di Esposito, ma, caso mai, esplicito quel che si legge nel § 4 del suo testo La certezza come rischio ove, impiegando il sempre lucido testo di Tommaso, dice che alla certezza (certitudo visionis) si accede a seguito dell’actus intellectus deliberantis. Come dire, la certezza consegue dall’aver detto sì al Signore. Stando all’argomentazione di Esposito, noi siamo in radice costituiti per quel e se non lo pronunciamo di fatto tradiamo quel che siamo.

Ciò non comporta la caduta di ogni certezza – siamo certi di tante cose – ma la privazione di quella ultima che dà senso a tutto. Ma è ultima perché è anche prima, perché dà realizzazione e compimento a ciò per cui siamo fatti. Nel dir questo Esposito offre una versione aggiornata e fine dell’apologetica classica che mette in circolo ontologia e teologia. Noi siamo precostituiti per quel “sì” e solo in esso possiamo trovare la nostra pace (la plena pax di Agostino).  Di certo quella di Esposito non è una filosofia sentimentale come tante di quelle correnti, anche se per evitare l’equivoco mortuario cui può indurre la pax aeterna adotta l’accattivante lessico lacaniano del desiderio – che è infinito – e a pax preferisce appagamento, soddisfazione. Evidentemente infinita e perciò impossibile per sé privi di Dio.

Se l’argomentazione di Esposito è questa – e credo sia questa – è serissima e indica una netta discriminante tra chi crede e chi non crede. Non solo: suggerisce anche l’idea che senza la fede – prima/ultima certezza – la nostra esistenza precipita nel nulla. Per questo prende avvio da una fenomenologia del presente, dalla caduta delle certezze, o comunque dalla loro labilità. Allo scopo impiega le analisi sociologiche – Bauman e le sue vulgate – ma come un via pedagogica per mostrare a che punto siamo arrivati, a che esito quella presunzione di autosufficienza ha condotto la modernità. Solo l’adesione a Dio, o più esattamente a Cristo può portarci fuori dalla deriva nichilista. Termine e metafora forte di questo è l’incontro con l’altro che non è il “chiunque”, ma il solo. Stando alla tradizione di Esposito vien da dire: tu solus sanctus, tu solus dominus, tu solus atlissimus Jesu Christe. Credo che il punto forte di Esposito risieda in propriamente in questo, detto peraltro in modo del tutto esplicito: “c’era bisogno di Cristo – scrive – perché la certezza dell’uomo... non fosse tenuta sotto scacco dalla finitezza e dalla morte. Dato questo scarto ­– e dirò perché – la diagnosi che Esposito fa del moderno per molti versi coincide con quanto in altre sedi ho ampiamente sostenuto e scritto seppure con diverse motivazioni.



  PAG. SUCC. >