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CERTEZZA/ Natoli: Caro Esposito, il nostro destino è la ricerca senza fine

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Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555 c.a (immagine d'archivio)

E tuttavia, seppur radicati nella certezza, siamo incerti. Ma i problemi che di volta in volta si presentano sono locali e parziali e altrettanto lo sono le soluzioni. Aperto resta, però, il cammino e noi siamo quest’apertura. Perciò non è tanto nella pretesa vana di raggiungere contenuti assolutamente certi – o certezze ultime – che si dissolve ogni incertezza, ma al contrario possiamo delimitare l’incerto, perché come uomini abbiamo la possibilità di misurarci con la sua dismisura. Infatti possiamo rinsaldare le nostre certezze se apprenderemo a fronteggiare l’improbabile. Dove sono, infatti, i confini del mondo? Ammesso che si diano, non bastano certo le nostre vite raggiungerli. A noi tocca di volta in volta tracciarli. Allo scopo è necessaria quella che chiamo “etica delle virtù” e d’altra parte la virtù altro non è che “buona abitudine”.

Ringrazio Esposito per aver fatto cenno alla mia posizione, anche se la ritiene difficile ed elitaria. Non entro qui nel merito, ma mi limito a dire: difficile forse, ma certo non è più semplice della chiamata: prendi la tua croce e seguimi. Mi si risponderà. Ma seguire vuol dire che nel cammino non sei solo: vi è qualcuno che ti è guida, ti è compagno, ti dà certezza della meta. Ebbene, la fede consiste proprio in questo: è sequela. Certo, se considerate da un punto di vista storico-antropologico, le fedi raramente sono frutto di scelta, ma per lo più si ereditano: infatti, si nasce cristiani, buddisti, islamici o altro ancora e ogni religione ha, in genere, un suo particolare bacino geografico, anche se globalizzazione e secolarizzazione ne stanno modificando le mappature.

Do tutto questo per scontato, per prendere invece in considerazione la fede come atto, o – per stare a Esposito – come quell’assenso in forza del quale “l’esistenza – secondo le parole di Luigi Giussani – diventa un’immensa certezza”. La fede è certamente assenso, è un adherere Deo. Nel caso del cristiano un’adesione all’evento Cristo e perciò anche al Dio di Gesù Cristo o più esattamente a quell’esperienza che Cristo ha fatto di Dio. Ma, l’incontro con Cristo non è – quelle volte in cui lo è – un incontro semplicemente personale, ma è un’apertura di senso totale. Da Cristo trae senso il prima del tempo – prima che il mondo fosse –, tutto il tempo, la storia e con essa la vita degli uomini – dei vivi e dei morti – e la loro sorte finale. È, infatti, promessa di vita eterna. Tutto ciò si ricapitola in Cristo cifra del tutto e chiave di ogni esistenza.

Quanto tutto questo sia degno di fede resta del tutto sospeso, tanto che molti sono coloro che non vi aderiscono. La risposta che si tende a dare a questa obiezione-interrogativo è quella di mostrare che Cristo – e proprio Lui – corrisponde a ciò per cui l’uomo è fatto e perciò è l’Unico che può soddisfare il nostro bisogno di certezza, che ci dona il senso dell’esistere. Come dire: il nostro vagare tra vane certezze è segno e conseguenza della rottura del nostro rapporto con l’altro che ci chiama. Che è poi la chiamata originaria e originante, quella che per un filosofo come Esposito è la chiamata all’essere. Ora, la deriva del moderno consegue proprio nella tentata rottura con quell’Alterità che ci pone in essere; una rottura che evidentemente non può che restare una pretesa, dal momento che senza quell’Alterità che ci istituisce non esisteremmo. Per questo l’idea che sia in potere degli uomini ridurre progressivamente la loro esposizione, che essi, per virtù propria, possano esonerarsi del peso dalla loro finitezza, ha condotto il moderno al fallimento.



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