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IL CASO/ 2. Gherardo Colombo, se il "mito" del perdono non fa i conti con la realtà

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Il rischio è quello di sottovalutare il dato culturale che informa la nostra tradizione giuridica e che ha trovato storica espressione nell’articolo 27 della Costituzione: “la pena tende alla rieducazione...”, disposizione che implica il riconoscimento del condannato come “uomo” che – anche in condizione di segregazione – può giocarsi nella libera scelta di  continuare a delinquere o cambiare rotta, desiderando davvero un mutamento per sé e affidandosi al percorso rieducativo proposto in carcere.

Quando un uomo commette un crimine (e qui sto parlando di reati il cui disvalore è pacifico e spesso molto grave perché minano le condizioni stesse della vita sociale)  è perché non ha rispettato il suo rapporto corretto con la realtà venendo meno al suo essere uomo e alla sua capacità/libertà di scegliere il bene e il male. E di ciò è anzitutto consapevole lui stesso. La funzione rieducativa della pena riaffermata dalla Costituzione, lungi dal muoversi in un’ottica esclusiva di pacificazione sociale – destinata, come tale,  a “scadere” a mere apparenze – propone e richiede un lavoro per recuperare innanzitutto il rispetto per se stessi. Un lavoro articolabile in due momenti: riconoscere l’errore commesso (che per questo viene sanzionato dallo Stato con un intervento che assume forma giuridica) e, conseguentemente, disporsi ad una espiazione che non sia vissuta come un’ingiustizia, ma come tempo nel quale recuperare quanto con il crimine si era rotto o incrinato, accettando delle opportunità valide per rendere più stabile il proprio percorso rieducativo.

La distinzione tra il bene ed il male e la possibilità di scegliere l’uno o l’altro è nel cuore di ogni uomo. L’articolo 27 della Costituzione propone un percorso vero per tutti coloro che hanno deciso di essere uomini sino in fondo. 

Questo tipo di percorso – a mio parere – non può essere sottaciuto, né tantomeno omesso neppure da coloro che si fanno promotori e sostenitori di un sistema basato su una dinamica riconciliativa. Senza il presupposto imprescindibile dell’espiazione, il sistema della riconciliazione – che pone l’accento su alcune indubbie esigenze della persona e della società – rischia una deriva: la relativizzazione della differenza tra bene e male ed il risparmiare a chi sbaglia lo sforzo di prendere consapevolezza del male compiuto. In questo modo si rischia di tradire e svilire la natura stessa dell’uomo (che è per natura capace e libero di scegliere  il bene o il male) e di vanificare anche la funzione risocializzante di qualsiasi risposta a una trasgressione (anche la più blanda e mite), perché, in una realtà in cui bene e male si confondono, tale risposta potrebbe essere sempre vissuta come ingiusta.



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