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IL CASO/ 2. Gherardo Colombo, se il "mito" del perdono non fa i conti con la realtà

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Si può perdonare anziché castigare l’autore di un reato? Secondo Gherardo Colombo, nel suo libro Il perdono responsabile (Ponte alle Grazie, pp. 129), sì. Per l’autore il sistema della pena intesa come retribuzione del male col male (di cui il carcere è oggi l’espressione principale) è in realtà profondamente in crisi. L’attuale, costosissimo, sistema penitenziario è assolutamente insufficiente ed inadeguato a soddisfare il bisogno umano di giustizia, e lo stimolo educativo che esso propone avviene in condizioni così sfavorevoli che appare utopico che ad esso possa corrispondere un percorso positivo da parte del detenuto. 

E ancora, una sanzione penale che si concretizza in una detenzione è non solo inutile, ma anche controproducente, poiché il carcere è spesso luogo dove i detenuti finiscono con l’incrementare la loro capacità delinquenziale. Lo stesso trattamento penitenziario, formula che mitiga un sistema retributivo tout court,  si basa su istituti quali il lavoro e l’istruzione, pieni di limiti, che spesso si risolvono nel mero riempimento di una giornata vuota e priva di prospettive. 

A questo sistema in crisi, si dovrebbe sostituire un sistema che in concreto riconosce la dignità della persona come principio di un modo diverso stare insieme e di relazionarsi che – invece di partire dalla dinamica premio-castigo – parte da una dinamica di gratuità, di armonia, rompendosi la quale, la soluzione è offerta non dalla retribuzione, ma dalla riconciliazione tra reo e vittima. 

È il sistema della mediazione penale e/o giustizia riparativa, prospettiva in cui diventa centrale la disponibilità al perdono come ipotesi informatrice del sistema che disciplina la trasgressione delle regole; ipotesi che laddove accolta, presupponendo una responsabilità tra gli attori in gioco, ha consentito la ricostituzione/continuazione del rapporto tra reo e vittima (rapporto infranto col reato): il primo si assume la responsabilità del proprio comportamento e si impegna nel comportamento futuro, la seconda accoglie il comportamento del reo sia come riparazione del torto subito sia disponendosi a riaccogliere l’altro nella comunità, da cui si era discostato con la propria condotta. 

Il libro di Colombo offre così alcuni importanti spunti di riflessione su temi di fondo del sistema penale. Occorre chiedersi innanzitutto se sia praticabile un sistema come quello delineato nel testo, alternativo alla pena tout court, basato esclusivamente sul perdono ed escludente radicalmente la dimensione sanzionatoria della pena e l’idea di espiazione. È in gioco, come ben si comprende, non solo l’idea stessa di pena, il suo significato e la sua funzione, ma anche la stessa concezione del rapporto tra morale, etica e diritto, perdendosi ciò che, per alcuni, rappresenta il connotato proprio del diritto, che lo distingue dagli altri ordinamenti sociali, vale a dire il momento coercitivo.



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