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IL CASO/ 2. Gherardo Colombo, se il "mito" del perdono non fa i conti con la realtà

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È poi opportuno aggiungere un ulteriore spunto di riflessione: moltissimi reati non hanno una vittima intesa come persona fisica (si pensi ad esempio ai reati in materia di droga o di immigrazione) o hanno una vittima che è rimasta sconosciuta o sono commessi da e a danno di appartenenti a sottoculture criminali, delle quali fa parte la stessa vittima. E ancora: anche rispetto a reati commessi ai danni di una vittima identificata, in molti casi la vittima non intende assolutamente perdonare, non intende riconciliarsi (magari per evitare altro dolore oltre a quello già subito con il reato) o non interessata a partecipare ad una procedura riconciliativa. 

Bastano queste brevi e necessariamente superficiali osservazioni per rendersi conto della difficoltà di costruire un intero sistema sull’idea di riconciliazione, un sistema che peraltro richiede risorse umani e materiali non certo minori di quello attuale, sicché anche sotto questo profilo si ripropone la drammatica mancanza di risorse che condiziona la situazione attuale.

Nella piena consapevolezza dei limiti dell’attuale sistema sanzionatorio, e senza essere contro la mediazione penale o le forme alternative in generale, occorre riconoscere che esse possono essere il punto di partenza di un percorso rieducativo che esige innanzitutto la restituzione di chi sbaglia alla propria verità, che è anche la condizione per capire per quale ragione si deve cercare il perdono per l’errore commesso.

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