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LETTURE/ Tre storie per riscoprire il mistero della paternità

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Michelangelo, Pietà Rondanini, 1552-1564 (immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini, 1552-1564 (immagine d'archivio)

Il sesso, la notte in cui il vecchio paga la prostituta minorenne, è dolce, è bello: è umano. Cioè è fecondo, fertile. Il sesso diventa terreno di vita: il figlio in grembo inatteso, improprio, trova un padre; il padre che accoglie il bambino come suo, chi lo porta come sua figlia. Lui prega “che un peccato così dolce serva a essere perdonato” e accade molto di più, l’orizzonte del racconto si sfonda, si salva.

Serve un padre per fare di un uomo un padre.

Così nella terza storia, il bisogno di parlare di come un uomo può diventare padre rinunciando al sesso, alla paternità fisica, come si possa diventare “padre” anche nei confronti della propria madre: la cosa più difficile da de-scrivere. Ho riempito questa storia di bellezza, la bellezza del mondo, della montagna: questo per ritrovarne la radice e l’impronta, che in fondo è umana, è la forma del cuore umano in cui si riconosce, riconoscente.

“È scivolata molle nel mio cuore la certezza che la bellezza è l’uomo che la vede” dice la madre guardando suo figlio crescere. Il suo ragazzo, educato dal padre cacciatore al fucile e alla libertà, divenuto uomo approda, non senza un lungo travaglio, alla libertà più grande, sostituendo il legno con la croce, arma di gran lunga più potente.

“Comunque padri” è complementare al romanzo “Storie comunque di madri” (Guaraldi 2006) che comprende la trilogia di racconti lunghi Le mani nelle donne, Lividi, Arriverai: mentre lo scrivevo, esplorando la terra della maternità, i parti delle donne, i loro corpi, i loro vuoti, continuavo a imbattermi negli uomini, nei padri e nei compagni, la loro forza e le loro braccia: mi è venuto naturale continuare il cammino, gettarmi appunto in un abbraccio maschile, così saziante.

Io, “fortunata” con quattro figli maschi (permettetemi le virgolette), vedendoli crescere, sfuggirmi di mano e alzarsi sopra la mia testa, ho conosciuto in tutta la sua ampiezza la necessità della paternità: non posso compiere la mia maternità senza un uomo che sia padre, senza l’idea del padre (che si specchia in me). A un certo punto, mi devo ritirare, lasciare fare a lui: altrimenti li perdo, perdo tutto.

Il padre, il pastore, colui che riconduce, al senso, al mondo. A me. La madre mette al mondo, il padre da al mondo il senso. Il padre come senno. La madre come sonno, culla, terra.

In questo secolo l’ultimo bisogno, estremo, è l’intelligenza del padre, l’autonomia e il giudizio, l’autorevole presenza di un padre: quello che si sta cercando di mettere alla porta (un uomo senza autorevolezza è servile), nel tentativo di un asservimento al dominante.

Insomma, se la donna dà la vita, l’uomo dà la libertà.

L’uomo è “un filone di pane” (Affamata) e se rinunciare al cibo corrisponde a rinunciare a un padre (colui che te lo procura e ti insegna a procurartelo), nell’ultima riga dell’ultima pagina la madre apre la bocca e mangia il Pane che suo figlio le porge (notoriamente Eva ha mangiato la mela offerta dalla Serpe).

 



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