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LETTURE/ Tre storie per riscoprire il mistero della paternità

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Michelangelo, Pietà Rondanini, 1552-1564 (immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini, 1552-1564 (immagine d'archivio)

La paternità è un mistero maschile. Uno scrittore, un artista in generale, sa che la sua principale occupazione è andare a caccia del mistero che si nasconde nelle vite degli uomini, come un maiale il tartufo. Se ci riesce, la sua storia diventa interessante per chiunque, divorabile; i suoi personaggi diventano metafore, cioè porte attraverso cui spiare il misterioso affaccendarsi umano.

Il mistero della paternità è prezioso e vasto, appetibile per una donna come me, per cui nel mio Comunque padri (Marietti, 2011) ho deciso di accerchiarlo, assediarlo con tre storie e tre protagonisti diversi: tre voci di donne che hanno in comune la stessa radice di male e di bene.

La prima attraversa l’ossessione dell’anoressia, la seconda il sesso e la prostituzione, la terza il sacrificio e la vocazione, lande desolate che le fanno approdare allo stesso lido, allo stesso abbraccio amoroso: paterno.

Questa è una trilogia della necessità, del bisogno e del desiderio del cuore dell’uomo: “tutto, in ultima istanza, o è salvo o è perso” (Flannery O’Connor) e scopre come sia necessario un padre capace di entrare nel male e nel peccato per amarci interamente.

Sono donne diverse quelle che parlano, ma tutte vere, le loro vicende si possono leggere in cronaca, la valle che ospita l’ultima storia rimanda a quella della “Salve Regina”, lacrimosa, ma viva, le tradizioni che boccheggiano ormai in questo scorcio di nuovo secolo.

La scrittura si inoltra “nel territorio del diavolo” (ibidem) e si adegua assumendo nel corpo vivo della lingua la forma dell’angoscia attraversata; vischiosa, ipnotica, ossessivante di rime nella prima storia, Affamata, dove la fame, bisogno cogente e primario, parla di un desiderio della carne impossibile da soddisfare.

Questa ragazza è rosa dal desiderio, consumata, non riesce a capire di cosa abbia davvero fame: il cibo non la sazia, non la placa. In lei anche il sesso, usato e abusato come cibo, non è soddisfacente, nutriente. Una donna, per diventare tale, per essere soddisfatta del suo essere femmina, ha bisogno di essere guardata da suo padre, il primo vero uomo, che si sazia della sua esistenza, che la ama per quella che è, non per quello che fa, che dà, che mostra. E lei a un certo punto dirà che ci sono voluti tre padri per compierne uno: quello che le ha dato il seme, quello che le ha dato il nome, quello che le ha dato Dio.

Che le permette di nascere di nuovo: alla nascita fisica deve corrispondere una nascita psichica, questo nei nostri ospedali a volte non è concesso: il figlio è estratto dalla pancia della donna, si trascura del tutto la sua vera “nascita”, la sua “figliolanza”, cioè l’appartenenza a una madre e a un padre, di cui avrà il nome, la stirpe, il sangue.

Nella seconda storia, Le tre di Luca, la prostituta minorenne è straniera, l’italiano è la lingua estranea che prima la violenta e poi la placa: sceglie il vecchio padre per il suono della sua voce. Si gioca tutta sui dialoghi, i personaggi si contrappongono e, nei silenzi, si guardano.



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