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J'ACCUSE/ I 16enni che Repubblica non vede sono una lezione anche per noi

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

E poi occorre avere qualcosa da dire. Occorre ritenere sufficientemente interessante la propria vita – ossia i propri atti, pensieri, circostanze, compagnie – per essere raccontata a un altro.

In entrambi questi aspetti noi adulti difettiamo assai: tendiamo a non stimare i ragazzi e in fondo abbiamo anche pochino da dire, forse perché viviamo poco. 

C’è di buono, però, che loro non mollano. Come si dice: non se ne fanno una ragione. Se incontrano qualcuno che li guarda con simpatia e che porta argomenti interessanti per la vita non se lo fanno scappare, almeno fin tanto che stanno ancora un po’ bene e si curano di loro stessi.

Per questo vorrei invitare Concita De Gregorio a conoscere i sedicenni che conosco io e che sfuggono all’analisi del suo pezzo. E magari ripensarlo, se non riscriverlo, tenendo conto di una tale novità. Loro sanno essere aperti, curiosi, vogliosi di capire e disponibili; certo, conservano tutto il loro temperamento fatto anche di intemperanze, riottosità e qualche volta malefatte, ma ciò per lo più come una forma di difesa che non dice mai l’ultima parola su di loro. Se trovano una strada percorribile, non si negano il cammino; non amano una fatica astratta, però si spendono per una meta convincente; sgranano gli occhi se hanno davanti un orizzonte.

Ecco come sono molti sedicenni oggi. Non vorremmo anche noi essere così?



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