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DIBATTITO/ Se l’aiuto più grande alla certezza morale oggi viene dalla scienza...

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La nebulosa del Cavallo (immagine d'archivio)  La nebulosa del Cavallo (immagine d'archivio)

Risulta, così, più che legittimo allargare anche ad altri ambiti quanto detto da Esposito riguardo alla certezza morale o esistenziale, ambiti nei quali sembrerebbe fuorviante o, quanto meno inutile, ricorrere ad argomentazioni non convenzionali. Eppure anche nel campo delle cosiddette scienze esatte si assiste sempre più frequentemente al rovesciamento del paradigma moderno secondo cui la scienza avrebbe assunto nel corso dei secoli la forma di una progressiva “oggettivazione” del mondo a cui avrebbe corrisposto una sempre più chiara esclusione del soggetto. La scienza avrebbe, così, compiuto il suo itinerario giungendo a emanciparsi totalmente dalla morsa infausta e perversa del soggetto, come se il progresso scientifico potesse effettivamente darsi in e con una conoscenza meramente addizionabile. Nel corso del XX secolo più di uno scienziato ha invece posto il problema epistemologico del rapporto tra conoscenza scientifica e soggetto conoscente, tentando un rovesciamento della posizione moderna attraverso il recupero del primato di un postulato d’intelligibilità che non escluda l’io dall’immagine scientifica del mondo e non separi l’oggetto osservato dal soggetto che osserva. Del resto l’idea che possa esserci una qualche certezza scientifica totalmente avulsa da una qualsiasi rielaborazione della ragione, non è oggi una posizione che possa essere sostenuta senza essere tacciati di un ingenuo scientismo. La stesso pensiero neo-realista sa bene che non può eliminare totalmente l’io: la sua tecnica consiste, invece, nel perseguire una sua assidua riduzione in modo da autolimitare e mutilare la ragione e la sua pretesa conoscitiva al solo ambito tecnico-scientifico.

E, tuttavia, è proprio la dinamica dell’esperienza scientifica a mostrare quanto sia necessario aprire nuovi spazi di comprensibilità che colgano il mistero di un significato totale che è possibile realizzare attraverso una continua tensione tra ragione soggettiva e ragione oggettivata che non può mai dirsi risolta in una razionalità neutra, ma chiede costantemente di sé. Un soggetto che, come diceva Erwin Schrödinger, non appare mai come parte dell’immagine del mondo perché è esso stesso l’intera immagine del mondo, considerata nella sua totalità.

È per questo che Hannah Arendt poteva dire che il tessuto di tutto quello che si chiama reale costituisce l’irrompere nel mondo dell’infinitamente improbabile che percorre i flussi della storia e del cosmo, e chiede dell’uomo, vale a dire, di quell’unico attore che può interrompere tale flusso e ricrearlo sempre daccapo e liberamente come un nuovo inizio.

 

(Paolo Ponzio)



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