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DIBATTITO/ Se l’aiuto più grande alla certezza morale oggi viene dalla scienza...

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La nebulosa del Cavallo (immagine d'archivio)  La nebulosa del Cavallo (immagine d'archivio)

Caro direttore,

in punta di piedi mi permetto di entrare nel dialogo avviatosi, già da metà settembre, a partire dalla relazione al Meeting di Rimini di Costantino Esposito su “E l’esistenza diventa un’immensa certezza”. In punta di piedi sia per l’autorevolezza di coloro che mi hanno preceduto nel dibattito, sia per la vicinanza che mi lega al collega e amico Esposito.

In particolare, collegandomi all’analisi svolta da Ferraris, mi pare che si possa dare per accertato un punto di partenza comune molto importante: la certezza rispetto ai dati sensibili. Sì, perché non è affatto scontato – come dimostra il breve saggio di Vattimo – che si possa partire da un terreno comune, e che tale terreno possa essere rappresentato da quel mondo, quella totalità, che solitamente prende il nome di “realtà”: una realtà che c’è, esiste, ed è tale anche senza il mio consenso.

Potremmo chiamarla, con un titolo che potrebbe sembrare persino banale, il fondo di una “certezza comune”. Di questa realtà la nostra ragione è certa, qualunque sia la sua origine e il suo destino.  Anzi, in tante occasioni, non possiamo non riconoscere l’esistenza di una forza coercitiva della realtà che impone alla ragione un preciso rigore conoscitivo. Vi sarebbe spazio, così, non solo per una ragione soggettiva – legata al gioco dell’interpretazione del singolo – ma anche per una certa ragione “comune” che avrebbe il compito di oggettivare e dimostrare la fondatezza di teoremi e teorie scientifiche.  Con questo, non si vuole stabilire l’ambito di competenza di due ragioni distinte, bensì si tratta di dichiarare l’esistenza di un unico atto conoscitivo attraverso cui sancire la relazione tra pensiero e realtà sulla base di un’analogia che renda possibile la correttezza delle risposte attraverso un numero finito di inferenze, essendo tale requisito un’esigenza generale del nostro intelletto.

Già nella metà del XX secolo il matematico David Hilbert avvertiva che “su questo gioco, alterno e sempre rinnovantesi, tra pensiero ed esperienza si basano quelle numerose e sorprendenti analogie che il matematico percepisce così spesso nelle problematiche, nei metodi e nei concetti dei diversi settori della conoscenza”. Si potrebbe, pertanto, affermare che non sia patrimonio specifico della sola certezza morale quella di tener conto di “numerose e sorprendenti analogie”, ma sia un’attitudine ascrivibile interamente all’esperienza conoscitiva tout court.



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