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ITALO SVEVO/ Gioanola: può davvero la psicanalisi risolvere la crisi dell'io?

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Italo Svevo (immagine d'archivio)  Italo Svevo (immagine d'archivio)

Il rifiuto del realismo dominante fino alla fine dell’800. Tutta la letteratura realistica è una letteratura del sociale, si svolge in ambiti che vedono in azione personaggi che sono in-concepibili fuori contesto. Invece leggendo Svevo quasi non si sa dove si è, l’ambiente conta pochissimo; conta invece la sua scrittura, che come una sonda va in giù a scandagliare le ragioni ignote, le cose che non vorremmo fare. È l’introspezione feconda tipica del novecento – la vediamo in Pirandello per esempio –, tutta centrata sugli esistenziali, sulla morte, sul tempo.

Coma cambia di conseguenza la scrittura letteraria?

Gli effetti sulla scrittura sono vistosi: è la fine del descrizionismo. Se leggiamo qualsiasi romanzo dell’800, da Manzoni in avanti, lo troviamo pieno di descrizioni di paesaggio. Con Italo Svevo queste parti spariscono. Egli è forse il principale autore di questa svolta radicale verso l’interno.

E non è un letterato di professione.

No, infatti. Ma intuisce le cose essenziali della contemporaneità. Nasce in un fervido ambiente culturale e politico mitteleuropeo, quello triestino, che lo proietta in una situazione completamente diversa da quella della letteratura tradizionale. La sua è una scrittura classicamente «brutta», come quella di Pirandello: non c’è più niente del bello scrivere, di letterario nel senso tradizionale del termine; ciò che conta è l’essenza, non più la forma, il gioco della letteratura.

Esiste un’eredità di Svevo?

Diffido sempre molto delle eredità letterarie, anche perché Svevo stesso non si è sentito erede di nessuno. Ogni grande scrittore inventa situazioni assolute, che non danno spazio a imitazioni o conseguenze particolari. Se pensiamo anzi alle recensioni che riceveva La coscienza di Zeno negli anni venti, c’è da rabbrividire: nessuno aveva capito cosa stava succedendo. Lo aveva capito però Montale, che era uno spirito affine. Montale, come Svevo, è un altro grande dilettante che scrive perché non può farne a meno: la loro è una scrittua necessitata in qualche modo da queste pulsioni profonde che non trovano appagamento in nessuna delle forme tradizionali.

C’è invece un’apertura di tipo metafisico in Svevo?



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