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ITALO SVEVO/ Gioanola: può davvero la psicanalisi risolvere la crisi dell'io?

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Italo Svevo (immagine d'archivio)  Italo Svevo (immagine d'archivio)

Forse è il più laico di tutti i nostri scrittori. Chiediamoci: la cultura vincente all’inizio del secolo qual è? Quella che viene da Hegel, cioè l’idealismo razionalistico, con le sue successive varianti materialistiche e storicistiche. Tutto ciò che non è ragione non c’entra, non conta. Invece la letteratura riapre i giochi: Montale si dichiarava amico dell’invisibile, Pirandello dice che c’è sempre un oltre. Non spetta più alla religione formulare l’esigenza religiosa, ma alla scrittura.

La sofferenza di Svevo dunque non ha a che fare con quelli che Slataper chiamava i «dolori metafisici latenti», caratteristici dell’uomo moderno?

Direi di sì, e bisogna contare anche Michelstaedter a questo punto. Gli autori dell’area triestina, proprio perché sono fuori dai giochi della letteratura in quanto tale, possiedono antenne sensibilissime, capaci di recepire le scosse profonde che stanno minando tutte le certezze borghesi. La loro è una ferita profonda, che bada agli esistenziali e fa di essi il fondamento della medtazione che troverà spazio proprio nell’esistenzialismo.

Un suo personale consiglio al lettore che voglia accostarsi a Svevo?

Ci sono dei racconti straordinari, come Il malocchio: io comincerei proprio da lì. Oppure La buonissima madre, o La madre. Non li legge quasi nessuno ma sono dei capolavori. Contengono in nuce ciò che Svevo sviluppa nei romanzi. 



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