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ITALO SVEVO/ Magris: rideremo anche noi come il vecchio Zeno di fronte a Mefistofele?

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Claudio Magris (Imagoeconomica)  Claudio Magris (Imagoeconomica)

Perché la vecchiaia ha un così grande ruolo nell’opera di Svevo? Perché il vecchio non ha più alcun bisogno di vincere, di avere successo con le donne, di avere successo nel lavoro: è autorizzato alla propria emarginazione e alla propria sconfitta. Ha la capacità, se vogliamo anche cinica, di guardare in faccia la vita senza averne più paura, proprio perché è fuori dal gioco. C’è un bellissimo frammento di Svevo, scritto sul retro della pagina di un racconto che insieme ad altri avrebbe dovuto probabilmente costituire un quarto romanzo. Si tratta di una mezza pagina che non posso rendere se non con un goffo riassunto. È una scena direi cinematografica alla Chaplin – o alla Buster Keaton. Vediamo un vecchio – il quale è poi il vecchio Zeno – a mezzanotte, spogliarsi per coricarsi al fianco di una moglie anziana, che già dorme russando. Ecco, questa è l’ora in cui potrebbe venire Mefistofele – pensa il vecchio – e propormi l’antico patto... Gli darei subito la mia anima, ma per che cosa, poi? Per l’immortalità? No, è terribile l’immortalità, ma anche la morte è spaventosa. Per la giovinezza? No, la giovinezza è così triste, piena di malinconia, di delusioni... E allora il vecchio capisce che non avrebbe nulla da chiedere. E immagina Mefistofele, imbarazzato, grattarsi perplesso la barba – un Mefistofele rappresentante di commercio di una ditta i cui prodotti non sono più tanto richiesti. All’idea il vecchio, coricandosi, ride forte – e penso davvero che questo sia il riso più nietzscheano della letteratura –. Ride e sveglia la moglie la quale gli dice «Ridi sempre tu, anche a quest’ora. Beato te» e subito si riaddormenta, ricominciando a russare. Credo sia una delle spiagge letterarie più estreme del nichilismo occidentale.

C’è in Svevo una apertura metafisica?

Io credo che in Svevo ci sia la percezione terribilmente malinconica, che non c’è altro oltre il nostro mondo; al tempo stesso, c’è il senso fortissimo che questo nostro mondo anche se è così esistente, non basta. Non credo ci sia la virtù cristiana della speranza – che prima di essere cristiana è ebraica e Svevo, non dimentichiamolo, viene dalla civiltà e dalla cultura ebraica –, la speranza che Péguy considerava la più grande delle virtù; c’è però la consapevolezza di come sia duro e tremendo esserne privi. Ma Svevo non fa nemmeno il retore di questa malinconia. Non declama la disperzione, come altri autori hanno fatto.

La scrittura letteraria di oggi può – o dovrebbe, secondo lei – andare nella direzione intrapresa da Italo Svevo? Sarebbe, prima di tutto, in grado di farlo?



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