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IDEE/ Il palazzo tra invidie e vendette: i "politici" di Omero sono ancora attuali?

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La vendetta di Odisseo è tremenda: subiranno morte e mutilazioni, e insieme a loro anche quanti ne hanno condiviso i disegni: i servi infedeli e le ancelle che hanno trescato coi proci. La scelta del male porta disgrazie, e non vi è remissione, perché la morale dell’Odissea conosce il concetto di responsabilità dell’uomo, ma non quello di perdono, che nella cultura greca subentrerà solo molti secoli dopo. E’ vero che dopo la tremenda vendetta di Odisseo vi sarà la riconciliazione coi parenti dei morti (salvo un gruppetto di irriducibili, votato comunque al disastro): ma non si tratta di perdono, si tratta dell’inevitabile momento di accordo, favorito dagli dèi, tra due parti che possono entrambe vantare motivi di offesa: per evitare in un futuro prossimo un protrarsi di odio e di risentimento, Zeus in persona stabilisce che le offese passate siano cancellate: la parola che usa è éklēsis ‘oblio’, non ‘perdono’: «Ora che Odisseo si è preso vendetta dei pretendenti, che regni per sempre, e noi (dèi) stabiliamo con solenne giuramento l’oblio sull’uccisione di figli e fratelli: che essi siano di nuovo amici come erano prima e vi sia ricchezza e felicità a sufficienza» (24, 486 ss.). Non vi è spazio per il perdono, ma neppure per una spirale di vendette destinata a prolungarsi nel tempo.



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