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ARTE/ Gerhard Richter: che cosa può dire la pittura sul destino del mondo?

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Gerhard Richter, Betty (particolare), 1988 (immagine d'archivio)  Gerhard Richter, Betty (particolare), 1988 (immagine d'archivio)

Qualche sala più in là ci troviamo davanti ad un’altra situazione straordinaria. Prima ci si presenta uno dei più bei quadri di Richter, il ritratto della figlia Betty colta di spalle mentre sembra girarsi come per una chiamata. Ha una giacchetta a motivi floreali di un rosso allegro e vistoso. Dietro non si vede nessuno, lo sfondo è tutto occupato da un monocromo grigio, probabilmente un quadro di Richter nel suo studio. Ma la dinamica di quel gesto, così istintivo e repentino, allude ad una presenza. Osando, si potrebbe leggere questa situazione come un’interpretazione contemporanea del tema dell’Annunciata. La ragazza con il suo sguardo orienta anche il nostro verso la sala che sta aldilà del muro, la più intensa, la più drammatica dell’intera mostra. È quella che raccoglie il ciclo che Richter realizzò nel 1988, quindi oltre dieci anni dopo i fatti, dedicato al tragico epilogo della banda Baader Meinhof.

Sono ancora opere in bianco e nero, meditazioni scabre realizzate a partire da fotografie. C’è il trittico con Gudrun Ensslin, in tenuta da carcere, capace di un sorriso che non sembra proprio quello di una terrorista. C’è il trittico con il profilo di Ulrike Meinhof così come venne trovata nella cella dove era stata sgozzata: con la bocca semiaperta nell’ultimo respiro. C’è l’immagine, di una disperazione muta, con il funerale. Richter evidentemente medita su un episodio tragico della storia tedesca, usa la pittura non per giudicare né tanto meno per assolvere, ma per disseppellire quel nodo che stava depositato irrisolto, nel profondo della sua coscienza. Ha davanti a sé il mistero di persone che avevano fatto una scelta di così radicale nichilismo; biografie bruciate dall’astrazione assassina dell’ideologia.

È la pittura che ancora una volta scende in campo per interrogare e interrogarsi, senza pretesa di proclamare alcunché, ma senza censurare nulla. Certo la pittura entrando in scena dice che l’ultima parola non è detta e che nessuno aspetto della realtà può essere liquidato, ma deve essere affrontato con lealtà nel suo profondo. Questo è, secondo Richter, il senso del fare arte rispetto ai destini del mondo: portare a galla nessi nascosti, indagare con discrezione, porre e porsi tante domande che sono state tenute sepolte nella coscienza.

 

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