BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

NATALE/ 1. Davvero possiamo rifiutare la promessa di Dio?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei pastori, 1485, particolare (imaagine d'archivio)  Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei pastori, 1485, particolare (imaagine d'archivio)

La fiamma dell’amore, come è stato osservato da Levinas, ha bisogno dell’ossigeno della libertà. È una lezione che non è difficile ricavare dai primi passi del racconto evangelico: con la stella e i pastori, Erode e la strage dei martiri innocenti... L’onnipotenza di Dio si china davanti alla nostra libertà, contemplando l’eventualità di un tragico rigetto: e in questo culmine di fiducia il creato e le creature prendono a brillare di una luce insieme più drammatica ed esaltante. Mai come nella grotta di Betlemme riverbera la minaccia da cui è attraversata la storia: Dio lascia lì il Suo segno, una promessa che può però essere rifiutata.

Etty Hillesum, la giovane ebrea precipitata (e morta) nell’inferno di Auschwitz, nel suo Diario si esprime così: “È la sola cosa che conti: un po’ di Te in me, in ciascuno di noi, mio Dio. Poter contribuire a farTi venire alla luce nei cuori martirizzati degli altri”. La nostra missione sarebbe dunque quella di “partorire” Dio ogni giorno, riscoprendoLo nelle ferite che ci circondano.

Dio, per voce del suo Figlio, si presenta quale inesauribile fonte d’amore, palpitante in spirito e verità (Gv 4,24). In quest’ottica, la povertà del fratello (la mia stessa povertà) è un’occasione di bene, è un invito che sollecita aiuto, è un incitamento di Dio (“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, Mt 25, 40). Un sonetto giovanile di Saba, incluso nel Canzoniere del 1921 ma poi espunto dall’edizione definitiva della raccolta, si intitola Nella notte di Natale. Se ne rileggano – dopo il v. 6: “forse il bene invocato oggi m’aspetta” – le terzine conclusive: “Notte fredda e stellata di Natale, / sai tu dirmi la fonte onde zampilla / improvvisa la mia speranza buona? / È forse il sogno di Gesù che brilla / nell’anima dolente ed immortale / del giovane che ama, che perdona?”. Il presentimento della notte di Betlemme è talmente radicato nel cuore dell’uomo, che da ciò dipende ogni speranza buona. Ma ne deriva anche l’opportunità, per l’uomo, di censurare questa sete di infinito, come documentano varie poesie di Guido Gozzano (da La via del rifugio): “A me che vivo senza fedi, senza / l’immaginosa favola d’un Dio… / […] / l’implacabilità dell’Universo / ride d’un riso che mi fa paura”.

Invece l’uomo si realizza nel condividere: l’avete fatto a me. Questo “a me” è il segreto dell’identità più vera e profonda verso cui siamo in cammino. Il filosofo Jacques De Coulon (del Collège Saint-Michel di Friburgo) si domanda: simile modalità rigenerante di rispondere agli altri, e alla realtà, non ha come conseguenza la nascita di Dio, tutti i giorni?



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.