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NATALE/ 1. Davvero possiamo rifiutare la promessa di Dio?

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Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei pastori, 1485, particolare (imaagine d'archivio)  Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei pastori, 1485, particolare (imaagine d'archivio)

Il Natale è il fatto storico che rende possibile ogni autentica esperienza di dialogo fra gli uomini. Il Bambino nella mangiatoia di Betlemme, infatti, definisce un punto di attrattiva e convenienza il cui riconoscimento dischiude a ogni individuo l’esperienza della fraternità. Il Verbo incarnato, quale prova dell’Amore di Dio per ciascuno, rappresenta il paradigma di una visione della storia che strappa il soggetto all’isolamento, liberandolo dal fardello della ricerca senza direzione. Così l’attesa, germogliata lungo i secoli (nella notte di ogni crisi personale), si tramuta, anziché in ambizione eroica, in commozione e corrispondenza, in condivisione di un annuncio.

Che occorra essere desti all’appuntamento con l’infinito fatto persona, si scorge fin in una prosa dei Canti orfici (1913) di Dino Campana, visionaria ma proiettata in una domanda di Grazia: “Si sentiva l’attesa. In un brusio di voci tranquille le voci argentine dei fanciulli dominavano liberamente l’aria. La città riposava nel suo faticoso fervore. Era la vigilia di festa: la vigilia di Natale. […] Guardavo le torri rosse dalle travi nere, dalle balaustrate aperte che vegliavano deserte sull’infinito. Era la vigilia di Natale”.

Per questo è legittimo reagire alla paradossale e provocatoria poesia di Giuseppe Ungaretti, Natale, datata 26 dicembre 1916: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade. / Ho tanta / stanchezza / sulle spalle. / Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un /angolo / e dimenticata. / Qui / non si sente / altro / che il caldo buono. / Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare”. Proprio l’opposto è il balzo in avanti della coscienza che il Natale dovrebbe destare: il desiderio di tuffarsi, al di là di ogni ragionevole stanchezza o disillusione. Vivere il Natale è avere voglia di domani, per non restare bloccati presso un privato focolare (si veda quindi la Vigilia di Natale di Corrado Govoni: riduzione malinconica e gelida della festa che s’assopisce in rituale).

Se il Figlio di Dio nasce in una stalla, significa che il miracolo, l’irrompere del Mistero come manifestazione di un destino a cui siamo chiamati, non esige una “sede propizia”, un luogo e tempo speciali, per accadere: il valore che trascende la contingente finitezza può sorprenderci ovunque. Da questa modalità di percezione – secondo il giudizio di Dante Isella – sono tramate le più intense poesie di Montale. Cito alcuni versi di Notizie dall’Amiata (1938): “E le gabbie coperte, il focolare / dove i marroni esplodono, le vene / di salnitro e di muffa sono il quadro / dove fra poco romperai. La vita / che t’àffabula è ancora troppo breve / se ti contiene! Schiude la tua icona / il fondo luminoso. Fuori piove”. Il miracolo non richiede circostanze privilegiate: solo la nostra attenzione; e allora, quella vita che, per noia e paura, sembra intollerabile, diventa incandescente, potendosi colmare a ogni istante di una Presenza d’amore.



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