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LETTURE/ Quel Natale del 1832, quando Newman era in "esilio" a Malta...

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Natale senza Cristo

Come posso celebrare la mia festività del Natale
nel suo doveroso aspetto di festa,
orbato come sono della vista del Sommo Sacerdote
dal quale tutte le natalizie glorie discendono?

Odo campane melodiose tutt’intorno,
le torri benedette scorgo;
forestiero su un suolo straniero,
mi rivolgono un appello perché io digiuni.

Sudditi britannici, ora così valorosi e nobili,
come piangerete nel giorno
in cui Cristo Giudice passerà oltre,
e chiamerà altrove la sua Sposa, la Chiesa!

Allora il vostro Natale perderà la sua gioia,
la vostra Pasqua la sua florida bellezza;
ovunque, scene di conflitti e carestie;
nelle case, miserabili dimore!

Secondo il letterato e teologo anglicano Edwin Abbott Abbott (1838-1926), in Natale senza Cristo – come nelle altre poesie coeve di Newman – “spira il sentimento di un Cristianesimo che, se deve essere realtà, deve essere una religione austera, dura e militante” (The Anglican Career of Cardinal Newman; 1892). In tempi assai più recenti, invece, il gesuita Vincent Ferrer Blehl (1921-2001), che fu postulatore della causa di beatificazione di Newman, vi ha individuato un profondo “senso di solitudine” (Pilgrim Journey: John Henry Newman 1801-1845; 2001).

In realtà, come gli accade costantemente, anche in Natale senza Cristo, Newman non resta confinato al dato romanticamente personale – che è valorizzato dai rilievi senza dubbio autorevoli e legittimi di Abbott e Blehl – ma vi esprime soprattutto il senso della sua profonda preoccupazione per le complessive sorti del suo Paese, drammaticamente trasformato dalle iniziative legislative del “progressismo riformista” degli anni 1828-1833 – spesso agnostico, quando non esplicitamente antireligioso – che lo hanno reso irriconoscibile.

Ecco qualche indizio non macroscopico – e, dunque, solitamente trascurato più di altri – ma sostanziale in questa direzione interpretativa. Pare, innanzitutto, orientata alla rivitalizzazione della consapevolezza identitaria della sua comunità patria la scelta dell’espressione “to keep a feast” nel primo verso del testo inglese (nella traduzione qui proposta: “celebrare una festività”): non casualmente, infatti, tale espressione compare in un passo assai emblematico di Exodus 12,14 (secondo la versione dell’anglicana King James Bible del 1611) che anche la Bibbia di Gerusalemme legge efficacemente come segue: “questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne”.



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